LO “SCORTICATORE” MISTERIOSO

di LUCA SERAFINI – Johannes Buckler era un criminale tedesco del Settecento dalla figura controversa: alcuni storici lo definirono una specie di Robin Hood, altri – più attendibili – semplicemente un bandito autore di azioni tra le più efferate della storia della Germania. Il soprannome “schinderhannes”, scorticatore, appare esaustivo per dipanare la controversia. In realtà la popolarità di Buckler non derivava dal fatto che spartisse i suoi bottini con i poveri, in particolare i senza tetto, ma che li ingaggiasse per le sue scorribande… Ogni volta diversi, in modo che la sua banda non potesse mai essere identificata. Sistema che non funzionò troppo a lungo: a soli 24 anni fu catturato a ghigliottinato a Magonza (nel 1803) davanti a una folla di migliaia di suoi simpatizzanti.

Un anonimo tastierista italiano lo ha riesumato su Twitter: l’uomo o la donna che si nasconde dietro lo pseudonimo di Johannes Buckler conta quasi 65.000 follower, si definisce una persona “quanto di più lontano dal personaggio cui si ispira” e posta come descrizione del suo profilo la frase: “Smettere di ammirare i disonesti sarebbe già un grosso passo avanti”. Ha iniziato con raffiche a 280 caratteri scagliandosi contro il sistema fiscale italiano e altre magagne, poi ha cambiato obiettivo: una ad una, ha iniziato a raccontare (sempre seguendo la regola del cinguettio social da 280 caratteri per ogni tweet) brevi storie di fantasmi, per lo più nostri connazionali, raccontate in prima persona. Vittime più o meno occasionali della mafia, del fascismo, delle Brigate Rosse, del terrorismo, di incidenti, ma anche qualche sopravvissuto, come una donna scampata (due volte) alla fucilazione. E poi altri brevi racconti di anonimi eroi dell’arte, della scienza, dello sport, della musica… Prima spezzettati su Twitter, infine raccolti in un libro toccante e profondo: “Non esistono piccole storie”, edito da People, con il ricavato devoluto a favore della “Associazione Amici di Adwa” impegnata nell’adozione a distanza di bambini etiopi.

Il susseguirsi di questi affreschi di brevi vicende, realmente accadute, ad anonimi eroi involontari della cronaca, rapisce e commuove facendo venire immancabilmente voglia di leggere la successiva. Così come quei 280 caratteri dai quali Buckler ha poi ricavato questo puzzle di umanità sommersa, sopravvissuta o spazzata via senza memoria, senza saluti. Spesso senza nemmeno la cronaca, appunto.

La meticolosità e la sensibilità di questo “threader” che usa Twitter per insegnare storia e letteratura fanno pensare a una donna. Ma forse mi sbaglio. E comunque non è importante: “Nessuno deve sapere chi sono, nemmeno la mia famiglia”, dice la sua voce fuori campo sulla terza di copertina. L’importante è che uomini, donne e bambini, dimenticati dal loro stesso tempo vissuto, risorgano oggi con questi delicati scampoli di gloria.

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