LO SCIOPERO DELLA FAME DI LAURA, L’ECOPASIONARIA SENZA MEZZA MISURE

Laura Zorzini, triestina, ha 27 anni e il fisico minato da una meningite, contratta tempo fa, che le ha lasciato un dolore cronico e incessante dalla testa ai piedi. Laura ha anche convinzioni saldissime: è militante del gruppo “Extinction Rebellion” e si batte perché i governi affrontino con determinazione “la questione climatica ed ecologica”, secondo la definizione da lei stessa fornita.

Dire che si batte è far uso di un eufemismo: Laura mette a repentaglio la sua stessa vita allo scopo di portare all’attenzione del pubblico in generale e delle autorità in particolare il problema che le sta a cuore. E’ ricoverata all’Ospedale Santo Spirito di Roma perché da giorni sta sostenendo uno sciopero della fame. Lo interromperà soltanto, così dice, se le verrà garantito un “incontro pubblico” con il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani.

I rapporti tra Cingolani e i militanti di “Exctinction Rebellion” non sono facili: risale ai primi di febbraio un blitz del gruppo nella sede del ministero. Risultato: reception, porte, muri e pavimenti imbrattati di vernice e fuggi fuggi generale dei dipendenti spaventati. Si capisce dunque come il ministro faccia resistenza ad ammettere nel suo salotto ospiti così esuberanti e, dal movimento, prima ancora che proteste e rivendicazioni vorrebbe sentire delle scuse.

Non ha torto: non si vede infatti per quale ragione il vandalismo dovrebbe essere il lasciapassare di una protesta, non importa quanto serie e valide siano le ragioni della medesima. La determinazione di Laura a mettere a rischio la sua stessa vita per la causa alla quale è devota merita però rispetto e considerazione.

L’uso del suo fisico come arma di pressione – alcuni potrebbero dire di ricatto –  nasce dalla considerazione, da lei stessa avanzata, che “da quarant’anni i movimenti climatici portano avanti marce e cortei, ma la politica se ne è sempre fregata. E’ per questo che ho scelto la via della disobbedienza civile e non violenta”.

Se la parola non basta, anzi, se non viene neppure ascoltata, e se la violenza è esclusa – come deve essere esclusa – che cosa resta? Secondo Laura non c’è scelta: occorre ricorrere a forme di autolesionismo, allo scopo di ottenere attenzione e di mettere alla prova l’empatia del prossimo, la sua resistenza davanti alla sofferenza, la durezza nel tollerare la vista di un individuo che si ferisce per non scendere a patti, di non ammettere concessioni, su una materia controversa. Dichiara Laura: “Mi chiedo se qualcuno voglia avere sulla coscienza il mio codice rosso”, ovvero il livello di gravità più alto con il quale i pazienti arrivano al Pronto soccorso.

Non si può disconoscere nell’atteggiamento radicale di Laura una forma di nobiltà – a 27 anni avrebbe tutto il diritto di occuparsi della sua piena felicità individuale invece di preoccuparsi della salute del pianeta, ovvero di tutti noi, animali compresi -, ma neppure si può far finta di ignorare come il condizionamento politico esercitato attraverso lo sciopero della fame abbia in sé qualcosa di violento, come appartenga a esso il medesimo gradiente di brutalità e di imposizione riscontrabile in un gesto di materiale aggressione.

Laura ha ragione di dire che “la politica se ne è sempre fregata”. Abbiamo ascoltato dichiarazioni d’intenti, assistito alla firma di protocolli, letto articoli su conferenze, convegni e vertici al massimo livello. Risultato? Poco o niente. E non solo a livello dei governi. Noi stessi, se facciamo qualcosa, è perché ci è stata imposta: la raccolta differenziata, la revisione delle caldaie, la classe energetica delle abitazioni. Rimane ben lontano il traguardo di una salda coscienza ambientale.

E’ diventata di moda una parola: “sostenibilità”. Che però, da sola, sostiene ben poco. Qualche imprenditore ha drizzato le orecchie all’espressione “green economy”, laddove il “green”, il verde, sembra essere più quello dei dollari che dei prati strappati alla cementizzazione.

La sfida di Laura dice in sostanza che le parole non servono. Ci abbiamo provato a risolvere la questione con le chiacchiere, afferma: non è successo nulla o troppo poco. Eppure, bisognerà che anche lei realizzi come le parole sono l’unica cosa che abbiamo per venir fuori dai pasticci combinati strada facendo. Lo sciopero della fame le procurerà magari un incontro pubblico con Cingolani, ma al di là di questo orizzonte otterrà ben poco. Forse, a 27 anni, pur armata di una convinzione di ferro e alle prese con affanni che, martoriandole il corpo, ne avranno indurito lo spirito, Laura Zorzini non è in grado di vedere come siano proprio le parole a cambiare il mondo. E’ un processo lento, estenuante, interrotto da incomprensioni, malintesi e tranelli: eppure è un processo che funziona. L’unico, anzi, in grado di ottenere qualche risultato. Lo sappiamo: c’è urgenza, il clima non aspetta, la catastrofe è dietro l’angolo. Ma questa è solo una ragione un più per affidarci alla parola: dialogo contro lo scontro, luce contro il buio. Ci vuole costanza, più che fame, tolleranza più che rabbia. E tanta pazienza. Eppur si muove, diceva qualcuno a smentita dell’incredulità.

 

 

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