LO SCEMPIO DEGLI ITALIANI CHE PARLANO IL LATINO ANGLOSASSONE

C’è qualcuno di peggio di chi abusa delle parole inglesi quando parla in italiano? Sì, chi pronuncia all’inglese le parole latine, tipo midia per media solo per fare il figo, quello internescional. Perché la cosa buffa è questa: gli italiani che se la tirano infarciscono di english; gli americani più dotti per dimostrare la loro cultura usano espressioni latine. Spesso però non le sanno pronunciare correttamente ed escono con espressioni orribili. Ne sono stato vittima tanti anni fa, da studente appena arrivato ad Harvard, spaesato e linguisticamente impreparato, quando ho sentito nella prima lezione un vais-vorsa, che solo dopo un po’ ho associato al latino vice versa (oggi il figo di turno parlerebbe di mispronounce). E siccome era un corso di economia, poi fu tutto un florilegio di defisit, sarplas, rescio (per deficit, surplus, ratio nel senso di indice di bilancio).

Ma posso comprendere l’americano, comunque l’anglofono, che non avendo studiato latino alle medie o al liceo (cioè: secondary school e high school) se la cava come può. Ma non riesco proprio a capire il brianzolo o il pariolino, che magari ha fatto il prestigioso liceo Giulio Cesare, parlare di lac-sciari per lussuoso, dimenticando la radice latina lux. Ho sentito giovani ricercatori italianissimi parlare di paper (studi scientifici) pubblicati da Tizio etòl, dato che le pubblicazioni si firmano Tizio et. al., intendendo et alter.

Volete un’altra versione di questo scempio linguistico? Chiamare decade un decennio, mentre decade significa dieci giorni, e quindi sbagliando soltanto di… 366 volte! Chi ha fatto la leva militare ricorda che la decade era la paghetta erogata appunto ogni 10 giorni. E già era misera (10.000 lire, 12.000 da caporalmaggiore): figuriamoci se fosse arrivata ogni 10 anni!

La domanda è semplicemente: perché? È imprescindibile oggi conoscere le lingue (oppure basta l’inglese?) e molti termini anglosassoni non hanno una traduzione italiana pienamente corrispondente. Chiamare calcolatore personale il computer è desueto (ma i francesi lo fanno, con la loro parola ordinateur) e tavoletta non fa certo pensare al tablet. Quindi non condanno l’uso delle parole e delle espressioni inglesi quando conferiscono al linguaggio maggiore precisione o fluidità. Oggi insegno finanza e sarebbe ridicolo rifiutarsi di usare termini anglosassoni: il gergo viene da lì (un giorno parleremo del perché). Il budget non è un semplice preventivo; la performance di un fondo comune è qualcosa di diverso dalla sola rivalutazione o svalutazione. Per inciso: entrambe quelle due parole, che prendiamo dall’inglese, hanno la loro radice etimologica nel francese (sic!).

Insomma, non riesco proprio a capire perché, se voglio arricchire il mio eloquio con qualche parola latina, devo andare a riprenderla dalle espressioni di oltremare, quando io italiano l’avrei a chilometro zero (con il “ch”, non con la “k”). Non è questione di essere antichi, ancoràti a vecchi schemi e quindi non aperti al nuovo. Il linguaggio, si sa, è una forma di esibizione, che comunica con la sua forma prima ancora che con il contenuto sintattico e grammaticale.

Temo che chi cede alla lusinga di queste mode abbia bisogno di ammantarsi di un linguaggio che lo faccia apparire moderno, aggiornato, non provinciale. Ma proprio il bisogno di questo abito tradisce una debolezza: il timore che il linguaggio domestico lo faccia apparire nudo, banale, non adeguato. Ma forse sono io che non sono abbastanza smart.

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