LINGUA MADRE E FIGLI DEGENERI

di FABIO GATTI – Non ci taglieranno anche la lingua. Questo, in fondo, lo scopo della Giornata della Lingua Madre, celebrata in tutto il mondo il 21 febbraio.

L’originalità di questa festa sta tutta in quel nome, madre, che si fa aggettivo, e che richiama l’idea di legame nell’era dei rapporti sempre più sfilacciati, rimanda a un passato e a una tradizione mentre le parole d’ordine del momento sono innovazione e transizione.

La lingua madre è la lingua della madre, ossia della figura da cui ogni bambino impara ad articolare i suoni, come aveva notato Dante nel suo trattato “De vulgari eloquentia”: per apprendere una qualsiasi lingua sono necessari studio assiduo e faticoso, grammatica e regole; per la nostra lingua, invece, basta semplicemente imitare la madre. La madre, del resto, va onorata per comandamento, ed ecco che il mondo intero non manca di renderle onore anche per questo suo ruolo di prima maestra di lingua.

Dedicare una giornata alla lingua sembra fuori tempo massimo: la lingua è oggi considerata un semplice strumento, un mezzo per altri fini, come testimonia la soverchiante promozione in ogni settore dell’inglese, l’idioma più funzionale. Ma si tratta di una prospettiva miope, che non tiene conto di quanto la lingua incida più profondamente sul nostro modo di essere: i nostri pensieri, le nostre espressioni, persino i nostri sogni sono articolati nella nostra lingua.

Una lingua rispecchia il modo con cui le persone guardano il mondo: alcune lingue africane, per esempio, non hanno un termine per esprimere il concetto di bene, mentre alcune lingue asiatiche non hanno tempi verbali e parole per indicare dati cronologici.

Nella storia di una lingua si intreccia la storia dei popoli, a rivendicazioni linguistiche si associano divisioni e conflitti: come può vivere in pace un Paese – la Nigeria – che annovera al suo interno qualcosa come cinquecento varietà linguistiche?

La lingua è poi legata al tempo e allo spazio, si adatta ai parlanti, che possono cambiarla, stravolgerla, accantonarla, ma non distruggerla: le famose lingue morte hanno sempre avuto la loro felice resurrezione, anche solo nei più ristretti limiti degli studi e delle scuole.

La Giornata Mondiale della Lingua Madre dovrebbe essere celebrata in Italia più che in ogni altro Paese: la lingua italiana precede addirittura l’idea stessa d’Italia, che anzi inizia a profilarsi proprio da un punto di vista linguistico. È un’idea balenata per la prima volta nelle menti dei poeti siciliani e di quelli toscani, quando cercarono – seicento anni prima dell’unità politica – un’unità attraverso lingue che sapessero svincolarsi dai tratti più dialettali, per assumere il ruolo di lingue universali della cultura.

La storia italiana, non a caso, è interamente percorsa dalla questione della lingua, da Bembo a Manzoni, da Dante ad Ascoli, perché la possibilità di capire e farsi capire è la premessa indispensabile per sentirsi davvero connazionali. L’italiano, oltretutto, è una di quelle lingue che sono cambiate meno nel tempo, a differenza di tante – una su tutte, l’inglese – che si sono via via a tal punto modificate da rendersi praticamente incomprensibili a distanza di qualche secolo. L’italiano del Duemila, in sostanza, non è molto distante dall’italiano del Trecento, come si dovrebbe spiegare (in quale lingua?) a quelli che giudicano la lettura della Divina Commedia esercizio da antiquari.

Nonostante sia riconosciuto universalmente come perfetto per il canto e per la poesia, nonostante sia ancora oggi la quarta lingua più studiata al mondo, l’italiano non ha mai avuto vita facile. A lungo insidiato dal basso, dai dialetti, che comunque hanno la loro piena dignità in quanto testimoni di epoche e di genti (lo stesso italiano, si dice, è un dialetto che ha fatto carriera), da qualche tempo l’italiano è minacciato dall’alto, da chi ritiene che il vero problema sia rappresentato dalla scarsa conoscenza dell’inglese, che quindi va promosso in ogni modo e ad ogni costo. La sua importanza è un dato di fatto, ma bisognerebbe ricordare che una lingua straniera, per quanto ben padroneggiata, non darà mai la possibilità a una persona di esprimersi come gli permette la sua lingua, perché questa lingua straniera è come una baby sitter: le si vuole bene, è fondamentale, ma non sarà mai la nostra madre.

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