LIBANO, CEDRI&BOATI

di GIORGIO GANDOLA – È esploso il Libano e ha causato un terremoto di magnitudo 3,5 che si è sentito fino a Cipro. Da quelle parti mai eventi mignon. Un centinaio di morti (per ora), 4000 feriti, il porto di Beirut trasformato in una montagna di macerie più o meno come durante la guerra civile fra cristiani e musulmani dello stesso paese. E fissando il video dell’esplosione nei docks proprio quella è tornata in mente a chi è nato negli anni ’60 e ‘70 e da bambino sbirciava il telegiornale. Il Libano non mancava mai e le macerie a Beirut neppure, con feriti, lacrime e minacce di ulteriori rappresaglie. Il Libano di “Inshallah”, capolavoro della Fallaci.

Era la guerra con i suoi moltiplicatori e sempre il solito epicentro, quella terra stupenda e dilaniata dalla Storia, quella Beirut fra cedri e bombe, divisa a spicchi e controllata dalle fazioni. Con i sacchi di sabbia e le mitragliatrici ai check point fotografati dai turisti (e dalle spie).

Oggi si cerca di capire se quei bagliori lontani hanno un senso, ma tutto sembra più assurdo, perfino più banale. La cronaca della strage è su YouTube per sempre, i suoi retroscena ancora dentro i docks sventrati e nei silenzi di chi sa. Quindi vale la pena sgomberare i riflessi condizionati (Donald Trump che parla di attentato e viene smentito dal Pentagono, l’ultrasinistra dal neurone unico che accusa Israele) e concentrarci sui reportage di Al Jazeera, che di quelle 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio deflagrate sulla sponda del Mediterraneo sembra saperne parecchio.

Il materiale è usato per bombe e fertilizzanti, la sua esplosione ha creato un’onda d’urto che ha causato la morte del 90% delle vittime. E l’innesco potrebbe essere stato un maldestro lavoro di saldatura in corso oppure (ma davvero ci vorrebbe James Bond per approfondire a così poche ore dal fatto) un attentato ancora senza firma né movente.

Una certezza esiste: c’era una bomba micidiale nell’Hangar 12 del porto, da sei anni tutti lo sapevano ma nessuno ha fatto nulla per disinnescarla. Nella considerazione c’è già un giudizio politico, la ricostruzione è una disfatta per un sistema democratico ma corrotto ai massimi livelli.

Il nitrato d’ammonio arriva a Beirut nel 2013, stivato nella pancia di un cargo russo battente bandiera moldava, il Rhosus, diretto in Mozambico. Il mercantile è costretto a rifugiarsi in Libano per riparare numerosi guasti, ma una volta ottenuti i servizi portuali non li paga e viene sequestrato. Sarebbe ancora in corso un contenzioso internazionale fra armatore e autorità portuali. Poiché il carico è pericoloso, viene scaricato e trasferito nel grande Hangar 12, vecchio, grigio e inutilizzato. Qui la storia accreditata da Al Jazeera e da altri media occidentali diventa qualcosa di molto vicino alle nostre abitudini pubbliche, anzi molto italiana.

È il 2014 quando il direttore della dogana libanese, Shafik Merhi, invia a un «giudice per le questioni urgenti» (e meno male) una lettera con la quale chiede che venga trovata una soluzione per quel carico che scotta. E comunque sollecita istruzioni. Nessuna risposta. Cinque lettere in tre anni non bastano a smuovere l’autorità togata che evidentemente non ritiene così urgente la pratica. I dirigenti del porto provano a prendere l’iniziativa e in un successivo carteggio denunciano «il grave pericolo di tenere stoccato materiale così infiammabile in condizioni climatiche non idonee». E per dare una mano indicano anche le possibili soluzioni: esportare il nitrato in un altro paese, farlo gestire all’esercito libanese trasferendolo in una polveriera, venderlo alla Lebanese Explosive Company. Nessuna risposta, il dottore è fuori stanza dal 2017. Tre anni dopo verrà svegliato dall’esplosione.

Ora il presidente libanese, Michel Aoun, definisce inaccettabile l’annosa incuria e minaccia «dure punizioni per i responsabili». Mentre si scava fra le macerie, a buoi scappati si chiudono le stalle; altra triste analogia con i malvezzi nazionali. Anche la cattiva politica è coinvolta nello scandalo che ha determinato la tragedia. Il porto di Beirut viene chiamato dai media internazionali «la grotta di Alì Babà e dei 40 ladroni» proprio per definire il perimetro di una gestione come minimo equivoca, corrotta e clientelare.

In tutto questo, la Farnesina si è distinta per l’originalità della partecipazione al lutto: il sottosegretario degli Esteri Manlio Di Stefano, casualmente grillino, ha espresso il cordoglio dell’Italia «con un abbraccio ai nostri amici libici». È il vice di Luigi Di Maio, noblesse oblige. Per fortuna nella frase non c’erano congiuntivi.

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