L’EUROPA CI OSSERVA E CAPISCE BENISSIMO

di ARIO GERVASUTTI – Sfatiamo un luogo comune: non è vero che all’estero non capiscono nulla delle evoluzioni politiche italiane. Le capiscono benissimo, invece. Semplicemente, si rifiutano di considerarle una cosa seria. E hanno ragione.

Da oltre un mese il governo è paralizzato (non che prima avesse lo scatto di Carl Lewis) al punto che si è trovato costretto a riunirsi oggi di prima mattina – inaudito per un convivio abituato a incontrarsi alle 10 di sera, caso unico nel mondo occidentale – per firmare in fretta e furia un decreto che risparmiasse all’Italia l’umiliazione di essere espulsa dal Comitato Olimpico Internazionale, al pari della Bielorussia e di poche altre repubbliche delle banane. Paralizzato perché in tutta evidenza non c’è una maggioranza seria, o quantomeno degna di tale nome non solo dal punto di vista numerico. Ebbene solo oggi – appunto dopo il consiglio dei ministri-lampo di cui sopra – il presidente del Consiglio Professor Avvocato Giuseppi Conte è salito al Quirinale per dimettersi, o meglio per rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato.

Ora: in un Paese normale di fronte a una simile situazione ci si immagina un’immediata evoluzione della vicenda, un’accelerazione su tutti i fronti; non foss’altro perché decine e decine di Maestri della democrazia ci stanno facendo una testa così con l’impossibilità per l’Italia di “perdere tempo” (testuale) con inciampi fastidiosi quali le elezioni. In effetti l’idea di andare a votare mentre imperversa una pandemia è roba da matti: solo dei pazzi come i cittadini di Stati Uniti, Portogallo, Spagna, Bulgaria, Israele, Olanda, Albania, Cipro, Galles, Scozia, Francia, Germania, Islanda, Norvegia, Russia e Repubblica Ceca possono pensare di indire elezioni in una situazione simile. Noi no, non siamo mica come loro. Noi non abbiamo tempo da perdere. E così Giuseppi sale al Colle, consegna le chiavi a Sergio Mattarella e attende fiducioso.

E che fa Mattarella? Inizia le consultazioni. Come se in tutte queste settimane non avesse consultato nessuno, chiuso in solitudine in cima al Torrino del Quirinale, là dove sventolano le bandiere. Immaginiamo la faccia sorpresa di Sergione nostro (sia detto con il massimo affetto e rispetto): «Professore Avvocato Conte, a cosa debbo l’onore della visita? Se ne va? O perbacco, e adesso come facciamo?».

Ma sì, non facciamo gli gnorri, sappiamo che la democrazia vive anche di rituali e quindi è giusto che il Capo dello Stato riceva per le consultazioni i suoi predecessori (ce n’è rimasto uno, Napolitano), poi i presidenti di Senato e Camera, i capi delle delegazioni dei partiti dai più piccoli ai più grandi, e infine decida il da farsi. Ma il punto non è questo; il punto è che dalle austere stanze del Quirinale arriva la comunicazione che il giro di incontri inizierà – con calma – domani pomeriggio. E nessuno, tra gli addetti ai lavori, i giornalisti, i cittadini, alza il sopracciglio.

Perché ci siamo arresi, e quindi la riteniamo una cosa normale. La casa brucia, ma vediamo di non essere precipitosi; calma, per chiamare i pompieri c’è tempo. I ritmi della politica italiana sono questi, inutile sorprendersi. E se noi non ci facciamo più caso, annichiliti dall’incompetenza e dalla mediocrità, all’estero invece se ne accorgono. Ma non essendo affari loro ci gettano uno sguardo, abbozzano un sorrisino compassionevole, e vanno oltre. Ci capiscono fin troppo bene, loro. Semplicemente non hanno tempo da perdere. Mica come noi italiani.

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