LETTERA DI NATALE ALL’AMICO INTUBATO

di CRISTIANO GATTI – Caro Mario, già mi fa specie chiamarti Mario anche se non sei Mario, ma devo farlo perchè i tuoi anziani genitori e i tuoi anziani suoceri, vivendo in altre città, sono all’oscuro di quanto ti sta capitando, per cui abbiamo tutti il tacito accordo di non lasciare che la notizia circoli, in nessun modo. Faccio finta pure di scriverti a Firenze, anche se non sei a Firenze. Sotterfugi patetici, ma necessari, per il rispetto che merita la sofferenza. D’altra parte, il grande dramma del Covid, dietro ai lutti e alle statistiche, nasconde miriadi di queste acrobazie intime, di bugie domestiche, di intrecci e sofferenze collaterali.

Ti scrivo perchè è Natale, mandandoti il saluto che ci saremmo scambiati in un altro modo. Stavolta, almeno per me, la tua storia è la vera storia del Natale 2020, perchè rappresenta degnamente tutte le storie di un’annata così. Emblematica, posso dirlo così mi mandi a? Fino a due settimane fa stavi bene, ti proteggevi e stavi attento, pensavi che il Covid fosse tenuto a debita distanza, come un gran bastardo che nemmeno vogliamo incrociare con lo sguardo. Poi il primo malessere, una sera qualunque. E il comune spartito: un week-end a letto, la speranza che sia soltanto uno stupido raffreddamento, quindi la lenta discesa. La solita, ben nota, pietosa odissea, tristemente vissuta da tante famiglie in tutto il mondo. Il tampone positivo, il ricovero perchè proprio non gira bene, le prime terapie, tua moglie e tuo figlio a casa aggrappati al telefono, lei che pure scopre di essere contagiata, però in modo più lieve, quindi l’attesa, l’attesa, l’attesa: di una telefonata dei medici, di una telefonata che annunci la ripresa.

Purtroppo, sono passate più di due settimane e quella telefonata non arriva. Ne arrivano altre ben più odiose, come coltellate: prima il casco dell’ossigeno 24 ore su 24 – e tu, leone, che chiedi all’infermiera il telefonino per mandare a casa un selfie, quel mezzo sorriso con la chiara ambizione di risultare rassicurante, ma così tremendamente preoccupante -, quindi il passo capace da solo di spaventare tutti, qui fuori: intubato.

Caro Mario, tu per fortuna non puoi leggermi e allora ti dico apertamente che adesso abbiamo tutti una paura dannata. Tua moglie e tuo figlio sono valorosi, ancora una volta c’è da chiedersi da dove arrivi tanta forza in occasioni del genere, uno dei misteri insoluti di questa nostra pochezza umana. Ma è chiaro che il terrore striscia e si diffonde come il gas, inodore, incolore, insapore, ma forte di una forza bruta, in grado di togliere tutte le forze nostre.

L’altra sera, nel solito momento di pregare per la prima buona telefonata dall’ospedale, un’altra notizia cupa: i medici spiegano che hanno provato ad attaccarti un macchinario di ultima generazione, se abbiamo capito bene per una specie di respirazione extracorporea, perchè i tuoi polmoni proprio non ce la fanno…

Mario ti prego, Mario ascolta, Mario non farci questo scherzo: adesso vedi di tirare fuori la grinta e comincia in qualche modo la riscossa. Sei stanco, provato, sfinito, ma lo devi a tua moglie, a tuo figlio, a tutti noi amici sparsi per l’Italia: spiritualmente tutti lì incollati ai piedi del tuo letto e del tuo macchinario di ultima generazione.

Ti chiediamo una cosa sola, una stupidissima telefonata dall’ospedale, la prima telefonata di nuova speranza. Una notizia, ancora larvale, ancora timida e incerta, che parli di un’altra partenza, di un nuovo inizio, di una tua seconda vita. Dacci dentro, non è il momento di rassegnarsi. Non adesso, nel pieno dei tuoi sessant’anni, che i piccoli idioti senza mascherina ammassati nei bar considerano un’età babbiona, ma che noi sappiamo bene essere un’età finalmente piena, romantica, consapevole.

Siamo qui, in attesa del whatsapp che verso sera tua moglie manderà nella nostra catena di sant’Antonio. Ci devi una buona notizia, non presentarti a mani vuote, per piacere trova il modo di farci recapitare questo tuo impagabile regalo di Natale.

Aspettandoti, io vorrei dedicare questa tua storia, la storia di migliaia e migliaia di famiglie, di mogli, di figli, di amici, dell’Italia intera, a quegli italiani come noi che continuano invece a frignare con questa faccenda del Natale rovinato, menomato, mutilato, perchè non ci si potrà trasferire in branco a Courmayeur, a Santa Margherita Ligure, in Salento, perchè non ci si potrà ammucchiare nei centri commerciali, perchè, perchè, perchè. Per tutte quelle insopportabili limitazioni alla nostra compulsiva frenesia di baldoria e di consumo.

A questa brave gente, io dico che faremmo tutti bene, almeno noi ancora mediamente sani, a goderci il solito Natale: non un surrogato di Natale, non un noioso rimasuglio di Natale, non una sottospecie di Natale, ma il solo Natale vero e originale, nemmeno lontano parente delle baldorie e delle bollicine. Dopo tutto, il Natale è semplicemente il compleanno di un uomo magnifico, che figlio di Dio o figlio di nessuno resta comunque un uomo capace di ribaltare la storia con le sue sole parole e le sue sole idee.

Mario, sai che farò io a Natale? Farò come ho sempre fatto a Natale. Mi godrò un po’ di ore sguazzando nel brodo caldo della mia famiglia, telefonando agli amici sinceri, squartandomi un buon panettone, brindando con l’unica nonna rimasta ai miei figli, guardando ancora una volta con orgoglio da architetto mistico il presepio e l’albero che abbiamo messo assieme all’inizio dell’Avvento. Un pensiero andrà al festeggiato di questo compleanno, che figlio di Dio o figlio di nessuno resta comunque il più impareggiabile degli influencer, poi un altro pensiero andrà a te e a tutti quelli come te, che questo Natale, un Natale così, il solito Natale, non se lo potranno permettere, al massimo potranno solo rimpiangerlo come un grande sogno impossibile.

Pensando al festeggiato, pensando a te e a tutti quelli come te, darò un bacio alle mie persone più care, grato al Cielo per avermele date. In quel momento, ne sono sicuro, non proverò alcuna invidia per quelli che là fuori, da qualche parte, berceranno avvelenati di un Natale rovinato, menomato, mutilato. Del loro Natale così triste. Senza chiedersi se il loro Natale, anche ai bei tempi privi di Covid, sia mai stato davvero felice.

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4 commenti su “LETTERA DI NATALE ALL’AMICO INTUBATO

  1. Paolo il said:

    Inutile trattenere la lacrima, non ce la si fa… Forza Mario, chiunque tu sia.
    Una lettera che dovrebbero leggere – e ovviamente non lo faranno – gli inconsapevoli ‘piccoli idioti ammassati nei bar’, che poi distribuiranno, solo con la loro infausta presenza, avvelenati regali di Natale.

  2. Stefania il said:

    Come sempre arrivi dritto al cuore . Spero che il tuo amico ce la faccia e che venga restituito al più presto ai suoi cari. È la notte di Natale e i miracoli avvengono.

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