LETTERA DA BERGAMO – 2

di CRISTIANO GATTI – Non è vero che muoiono solo gli ottantenni, finalmente s’è capito. Ma è vero che muoiono soprattutto gli ottantenni. Qui da queste parti girano le frasi dei tempi più foschi: cadono come mosche, muoiono come cani. Noi uomini abbiamo bisogno di spingere all’estremo allegorie e metafore, quando dobbiamo rappresentarci in qualche modo l’insopportabilmente brutto.

Da un punto di vista gelidamente statistico, queste frasi forti rappresentano compiutamente la realtà. Il Coronavirus s’è insinuato trionfalmente nei suoi territori preferiti, tra le fragilità e le debolezze delle case di riposo, dove le prede sono praticamente inermi, e lì sprigiona tutta la sua voracità. Le percentuali di morti ballano macabramente intorno al trenta per cento. Così a Gandino, così a Dalmine, così a Scanzo, paesotti che non dicono molto sulla carta geografica, ma che piantano croci come città. Là dove da anni c’erano lunghe liste d’attesa per sistemare un anziano non più autosufficiente, o semplicemente ingestibile in casa, ora si sta liberando un sacco di posto. Con un dettaglio da brivido: non entrano nemmeno nel conteggio dei caduti da Coronovirus, perchè nemmeno hanno la concessione di un tampone.

Se è vero, come diceva Terenzio, che la vecchiaia è già di per se stessa una malattia, oggi, qui, la vecchiaia è un immane strazio. Qualche famiglia preferisce tenersi in casa il proprio anziano e curarlo col fai da te, guidata al telefono dal medico di base, magari con una bombola di ossigeno che i servizi riescono a portare nel domicilio, anche se ultimamente comincia a scarseggiare pure quello. Comunque meglio vederlo morire in casa, con noi, che saperlo là, nella struttura, solo, in balìa del morbo feroce, tra infermieri allo stremo che possono fare solo quello che possono, per quanto umani e generosi.

Ma in generale, la maggior parte delle famiglie vive così questo supplemento di angoscia: sapere che i nonni sono in pericolo, senza sapere nulla. O quasi. Qui fuori, noi possiamo solo coltivare tanti ricordi, tanti rimpianti, e pure qualche rimorso, per una visita, una telefonata, una parola che avremmo potuto concedere nei tempi belli, ma che per pigrizia, per fretta, per apatia, abbiamo impietosamente negato.

Per il resto, possiamo solo immaginare. Ed è questo il peso schiacciante. Immaginarli nel letto lontano, malati, in preda alla loro paura bambina.

Io personalmente spero che ciascuno di loro riesca in qualche modo a fuggire nel proprio passato, a perdersi nel film della propria vita, a rifugiarsi negli anni che non ha sprecato, correndo in libertà nei pascoli della memoria, proprio la stessa memoria che serviva a noi in modo vitale, allungando il nostro campo visivo almeno all’indietro, nelle lontananze del passato, visto che del futuro vediamo e comprendiamo così poco.

Li immagino mentre si rivedono, in bianco e nero, ragazzi che si battono tra i morsi della fame e sotto le bombe della guerra. E poi quando si buttano a lavorare come matti per rimettere in piedi un futuro. E quando incontrano il grande amore, lo stesso con cui tanti in questi giorni sono morti, a poche ore di distanza, dopo sessant’anni di matrimonio, record per noi odierni nemmeno immaginabile. E quando arriva il primo figlio, primo di una serie, perchè allora i figli non erano un grattacapo sociale, ma una dono sacro. E quando caricano tutti sulla Seicento e se Dio vuole riescono a viaggiare verso le prime vacanze, ascoltando Mina e Celentano, verso Loano o verso Milano Marittima. E quando finalmente riescono a farsi una casa propria, da curare e arricchire giorno dopo giorno, un pezzo per volta, con il souvenir di Amalfi e la Torre pendente di Pisa. E quando i figli, che hanno fatto studiare a tutti i costi, privandosi di un vestito e di un paio di scarpe in più, tornano dall’università per rinfacciare loro d’essere vecchi, superati, retrogradi, reazionari, ottusi. E quando questi stessi figli, nati incendiari e tantissimi poi pompieri, regalano loro la gioia di essere nonni per la prima volta, tra tremori e paure che non avevano accusato nemmeno diventando genitori. E quando di fatto si ritrovano, all’età del giusto riposo, grazie alla nostra modernissima concezione della società, a diventare il vero welfare italiano, mettendosi a disposizione come baby-sitter e pure come pratico bancomat, 24 ore su 24.

Sì, li immagino così, nel loro letto, immersi in un altro tempo e in un altro mondo. Li immagino mentre la loro mano, quella mano che ci hanno dato tante volte al parco, in spiaggia, allo stadio, quella stessa mano che noi ora vorremmo disperatamente stringere almeno un’ultima volta, quella mano ora cerca qualcuno o qualcosa, trovando solo la carezza sporadica di un’infermiera pietosa, quando capita, se possibile.

Infine immagino che a un certo punto, mentre il respiro si fa sempre più pesante, i fotogrammi del loro film appaiano lentamente più sbiaditi, più seppiati, più sfuocati, fino a svanire e dissolversi nel buio totale, o nella luce piena, come tutti speriamo.

Proprio in quei momenti, mentre i potenti sedativi cercano di evitare almeno la consapevolezza terrificante del soffocamento, proprio in quei momenti mi piacerebbe tanto, Dio ti scongiuro lo devi concedere, che nelle loro orecchie, nella loro anima in partenza, risuonasse almeno il nostro ultimo, tardivo, disperato grazie.

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7 commenti su “LETTERA DA BERGAMO – 2

  1. giovanna de canio il said:

    Le tue parole, Carissimo Cristiano, sono di una bellezza e di una drammaticità struggenti; difficile finire di leggere questo articolo senza ritrovarsi con gli occhi umidi.
    Poveri anziani, trovatisi a fare da carne da cannone in una guerra combattuta (si fa per dire) da comandanti inetti.
    Una volta per questi condottieri c’erano ad aspettarli la corte marziale prima ed il muro dopo. I tempi ora sono cambiati; essi – almeno in Italia – la faranno franca e più tardi si ricicleranno…

    • Giovanna De canio il said:

      Un testo, intensamente bello nella sua straziante drammaticità, scritto da chi (come me) assiste impotente alla agonia della propria città. Che Dio ci aiuti…

  2. Roberto Guarino il said:

    Grazie di cuore Cristiano. Grazie nel farmi partecipe della tua profondità di pensiero. La sofferenza è il mistero dell’umanità, è anche un punto interrogativo per i Santi. Certo, noi esseri umani,la alimentiamo, distruggendo o meglio uccidendo anche i “conservatori” di virtù, di segreti e saggezza. Il mondo regge, perché ancora pulsano tanti cuori, di moltitudine umana che ama gratuitamente. Grazie Cristiano.

  3. FIORENZO ALESSI il said:

    Caro Cristiano, innanzi tutto l’augurio di TANTA SALUTE , a te ed ai tuoi cari : sarà scontato e d’obbligo, ma lo faccio perchè sento di volerlo fare, non perche sia…di moda.
    Stai a Bergamo, ed è un po’ come essere al fronte . Il “bastardo” sta ancora imperversando nella tua terra , e non solo : lo chiamo così perchè tale lo ritengo e non voglio accomunarlo nemmeno un attimo ad un termine latino in qualche modo assonante , VIRTUS-VIRTUTE, di cui ho immenso rispetto, e del quale avvertivo peraltro la mancanza.
    Ho usato l’imperfetto (perchè mai si chiami così , quando rende tanto bene l’idea, me lo sono sempre chiesto), volutamente .
    Se solo risponde al vero anche una minima parte di quanto leggo e vedo accade quotidianamente negli Ospedali ed ovunque delle persone lottano e si sacrificano per altre persone, emeriti sconosciuti o magari, e peggio, volti noti o familiari, mi sento in dovere di credere che stiamo riscoprendo e rivalutando proprio la VIRTUTE.
    Ne cito i significati prevalenti, non per fare patetico sfoggio di cultura, avendoli infatti copiati pari pari da tale Zingarelli, ma perchè sono parole sicuramente obsolete, quasi arcaiche, che però dovevano (ancora ‘st ‘ imperfetto così perfetto !) farci riflettere :
    ” Disposizione morale che INDUCE L’UOMO A PERSEGUIRE IL BENE ed a PRATICARLO COSTANTEMENTE, tanto nell’ambito della sua VITA PRIVATA che di quella PUBBLICA.”
    Se si vuole, anche
    “FORZA D’ANIMO, energia MORALE, decisione CORAGGIOSA E COSCIENTE per cui l’uomo PERSEGUE LO SCOPO che si è PROPOSTO , SUPERANDO ogni DIFFICOLTA’.” .
    Semplice e chiaro, no ? Dovevamo proprio ridurci in queste miserevoli ed angoscianti condizioni per ricordare che esiste ANCHE ed ANCORA questa roba qua ? Si dice, non so quanto fondatamente o per compassionevole giustificazione, che l’ ITALIA sappia dare il meglio di sè nelle difficoltà. Benissimo.
    Aggiungo solo, in uno ad un colossale mea culpa, che alla lunga i SI DICE lasciano poi il tempo che trovano. Forse, anzi senza forse, meglio un bel SI FA. Sempre, non perchè c’è il “bastardo” in circolazione a mietere vittime. SI FA per VIRTUTE, e non NECESSITATE.
    Così la penso, e lo dico.
    Un caro saluto, ed un abbraccio forte (virtuale, ma con sincero affetto ed amicizia).
    FIORENZO ALESSI

  4. Giorgio il said:

    Grazie Cristiano sei sempre molto profondo e veritiero nei tuoi scritti. Il cuore è a pezzi dalla paura e per la perdita di persone care o conosciute che ci sono state strappate senza soluzione…

  5. Fabio il said:

    Caro Cristiano, giusto due righe per dirti grazie: grazie di cuore per essere stato capace di rievocare in me quel figlio che mio padre e mia madre troppo spesso implorano anche solo per un saluto; troppi errori e troppe cose futili che sembrano essere di vitale importanza ma che di fatto sono sempre e solo una scusa.

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