LE POSTE CHE NON FANNO PIU’ LE POSTE

di ARIO GERVASUTTI – “Primo, non prenderle”. E’ una massima inserita nel nostro patrimonio genetico. Quando tiriamo i primi calci a un pallone, gli allenatori non devono nemmeno insegnarcela. Crescendo, la decliniamo in altro modo, ma il concetto di fondo rimane sempre lo stesso: “Cominciamo dalle fondamenta”, oppure per quelli che conoscono le lingue “Primum vivere, deinde philosophari”.

Eppure una delle aziende più popolari del Paese, forse quella che più dovrebbe essere vicina agli italiani, si è completamente dimenticata questo insegnamento. Parliamo delle Poste, condannate dall’Antitrust a pagare una multa di 5 milioni di euro (un piccolo fastidio per un’azienda che l’anno scorso ha fatturato 3,492 miliardi) “per aver adottato una pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del Consumo, consistente nella promozione, risultata ingannevole, di caratteristiche del servizio di recapito delle raccomandate e del servizio di Ritiro Digitale delle raccomandate”.

Tradotto in italiano: il servizio di consegna delle raccomandate non funziona. E per il Garante della Concorrenza questo provoca danni non solo ai consumatori, ma soprattutto al sistema della giustizia. Perché? Perché molti documenti anche giudiziari vengono spediti con raccomandata nella convinzione che arrivino in mano al destinatario con certezza. Invece, sappiamo tutti che non è così: ben che vada il postino infila un biglietto nella cassetta delle lettere con il quale ti invita ad andare all’ufficio postale dove c’è posta per te. Senza la De Filippi. E se uno non è a casa (càpita, ogni tanto, che la gente vada a lavorare) o è in ferie, o in viaggio, passano settimane e magari scadono i termini di qualcosa di importante contenuto nella raccomandata. E a quel punto, con chi te la prendi?

Che poi l’esistenza stessa della “raccomandata” è una contraddizione all’italiana, già nel nome. Sembra di vederlo, il capo ufficio delle Poste che avverte il postino: “Mi raccomando, questa deve essere consegnata”. “Si, magna tranquillo…”. Porta con sé il vizio italico della raccomandazione, per cui uno passa davanti a un altro non in virtù dei propri meriti o delle proprie necessità, ma perché “paga di più”.

Ora, si potrebbe capire se la differenza fosse tra una lettera consegnata gratuitamente e una a pagamento; ma per quale motivo una lettera dovrebbe viaggiare più velocemente e consegnata con sicurezza solo in virtù del fatto che il francobollo è più caro? Che senso ha? Significa forse che le lettere “semplici” fanno un’altra strada per andare da Milano a Roma? E che il loro destino è affidato al caso o alla speranza? E perché? Sono cose, non esseri umani: per quale motivo è prevista una “Prima classe” e una “Seconda” (per non parlare della “Terza”…)? Forse perché arriva a destinazione entro 24 ore? Ma allora vuol dire che si può fare: e se si può fare per una, si può fare per tutte. E invece no.
Troppo complicato, per un’azienda nata per consegnare la corrispondenza e diventata nel tempo una banca, un’assicurazione, una succursale dell’Inps, di tutto e di più. Ma le lettere, chi le consegna?

Poste Italiane risponde piccata e indignata, non a noi ma all’Agcom che l’ha multata: “Siamo esterrefatti, è una condanna inaccettabile. Peraltro la consegna di atti giudiziari è un servizio del tutto differente dalle raccomandate”.

Vero: ma non cambia la sostanza, o meglio il risultato. Se uno spedisce una qualsiasi cosa, confida che venga consegnata al destinatario: non che questi riceva un foglietto che lo invita a venirsela a prendere.

Quindi, pur con la massima comprensione per le Poste e i postini – che peraltro meritoriamente hanno continuato a lavorare anche durante l’emergenza Covid, e questo va riconosciuto – forse un ritorno alle origini del patrimonio genetico italiano sarebbe opportuno: “Primo, non prenderle”. Prima portiamo a casa il risultato, poi eventualmente…

Non è chiaro? Prima consegniamo le lettere, poi eventualmente facciamo la banca, vendiamo polizze, sostituiamo l’Inps. E possibilmente ricordiamo ai postini che dovrebbero suonare sempre due volte.

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