LE FAKE NEWS SERVONO PER NON FARCI PIU’ CREDERE ALLE VERE

Partiamo da un dato di fatto: la sovrabbondanza di informazioni è già, di per sé, un ostacolo all’informazione. Se vi chiedete come mai in questa maledetta aggressione della Russia all’Ucraina le fake news la facciano da padrone, la prima risposta è proprio questa: nell’era del web, l’accesso incontrollato e massivo alle fonti permette che la menzogna e la distorsione della realtà siano quanto di più comune.

Basta pubblicare un fotografia su qualche social, accompagnandola con una didascalia ingannevole, e i prigionieri italiani a Caporetto diventano austriaci, gli ostaggi sloveni fucilati dai nostri soldati diventano martiri delle foibe, i buoni diventano cattivi e viceversa. E’ un giochino semplicissimo.

La maggior parte delle volte, si tratta di semplice ignoranza: qualche volta, però, come nel caso ucraino, ci mette lo zampino la malizia o, peggio, la volontà di intorbidare le acque. Perché i meccanismi di accettazione dell’informazione o, meglio, della sua veridicità, nell’epoca di internet, stanno rapidamente mutando. La diffusione sistematica di notizie, immagini, filmati, che dopo qualche tempo risultino falsi o falsamente interpretati, sta trasformando la percezione che il pubblico ha dell’informazione: è un fenomeno indubitabile quanto, in proiezione, pericoloso.

Perché, di fronte alle immagini di una guerra, di massacri, catastrofi, delitti e, insomma, di tutto ciò che possa orientare lo sdegno o la rabbia della platea, se si ha la ragionevole certezza che si tratti di fonti attendibili, le persone si fidano e accettano per buona la versione ufficiale: se, però, questa ragionevole certezza viene meno, tutta l’impalcatura dell’informazione televisiva o in rete viene meno, dato il suo carattere, diciamo così, fiduciario.

In definitiva, dopo avere scoperto che una, due, tre notizie erano clamorosamente taroccate o manipolate, la gente non crede più a niente. E proprio questo diviene il punto: non ci si fida più e, quindi, non si crede neppure alla notizia autentica, alle immagini vere, alle didascalie ineccepibili. L’informazione perde ogni valore: tutto, il vero e il falso, viene mescolato in un unico calderone, col risultato di cancellare ogni fiducia del pubblico nei confronti dei media.

Questo può essere casuale, come dicevo, ma può anche rappresentare una precisa strategia: ti bombardo di notizie false, in modo che, quando bombardo qualcuno per davvero, tu non ci creda, ti volti dall’altra parte, non mi accusi, non ti sdegni.

E quello che accade oggi, in questa guerra, sembrerebbe proprio avvalorare questo scenario. Da quando è iniziata l’invasione, il numero di notizie clamorose e dimostratesi clamorosamente false ha superato i confini del caso, per orientarmi sempre più a una lettura strategica del fenomeno: immagini palesemente ingannevoli sono state date in pasto all’opinione pubblica in numero tale da far pensare a un preciso obbiettivo. Mortai che sparano in orizzontale contro asili, esodi disperati che sono, in realtà, scene di un film o di un videogioco, auto schiacciate in incidenti stradali spacciate per orrendi crimini commessi da qualche carrista sadico: troppi sono gli esempi e troppo eclatanti.

Dunque, la mia idea è che tutte queste fake news non siano lanciate sul mercato per far credere alla gente cose incredibili, quanto per far sì che la gente, confusa e schifata da tutte queste videopanzane, smetta di credere anche alle cose vere, ai filmati autentici, all’orrore reale e non posticcio.

Insomma, la disinformazione attraverso l’iperinformazione: la sfiducia generalizzata nei mezzi di comunicazione che diviene, di fatto, un oscuramento della comunicazione. Se ci pensate, un’idea semplice e geniale: basta osservare quel che succede nei social network, per accorgersi di come il disincanto e il dubbio siano un poderoso ostacolo alla trasmissione di notizie. Basta trasformare un fenomeno più o meno casuale in un piano disinformativo organizzato e il gioco è fatto.

Il problema è che, una volta persa la verginità mediatica, non la si recupera più. Così, oggi, si mette in dubbio tutto: perfino quello che sembrerebbe più vero del vero. E, invece di indignarsi per le stragi, si passa il tempo a metterle in dubbio. A tutto vantaggio di chi le ha commesse.

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