LE CICLISTE AFGANE, L’ITALIA E L’ESODO PIÙ GRANDE

di FRANCESCA MONZONE – Era sceso il silenzio sulle atlete afgane, un silenzio dettato da ragioni di sicurezza perché, con le frontiere chiuse, la loro vita e quella delle loro famiglie era in pericolo. Il rischio maggiore in queste settimane è stato per le atlete che appartengono agli Hazara, una popolazione sterminata durante gli anni dei vari regimi talebani e molte di loro sono cicliste che vivono nella regione del Bamyan.

Quella che si sta svolgendo in questi giorni in Afganistan è il più grande esodo di atleti di un solo Paese che ci sia mai stata nella storia dello sport. Ci sono le ragazze del calcio, quelle del basket, dell’arrampicata, della palla a mano, del cricket, ma anche il taekwondo e le sciatrici. Poi ci sono loro, le ragazze del ciclismo, più di 200 giovani tra i 15 e i 30 anni, che con coraggio hanno pedalato negli ultimi anni nelle loro 7 province. Hanno partecipato a competizioni e in questi due anni molte di loro hanno sollevato coppe e si sono messe al collo medaglie dopo aver tagliato il traguardo. Sono state diverse le gare di ciclismo su strada e mountain bike che dal 2019 hanno visto le donne protagoniste. Sono le ragazze che per rivendicare il loro diritto di libertà, hanno deciso di correre con una bici per andare lontano e sentire il vento che accarezza i loro capelli.

Portare fuori dal Paese queste ragazze non è facile, ma attualmente già 60 sono in salvo e alcune hanno raggiunto i Paesi di destinazione, mentre altre sono in transito in zone oltre il confine afgano, in attesa del permesso per salire su un aereo verso una nuova vita. Sotto questo aspetto, fondamentale è stato l’aiuto di Tagikistan e degli Emirati Arabi Uniti, che hanno assistito le prime cicliste in transito.

Sono oltre 600 le atlete in Afganistan, donne che studiavano e praticavano sport a livello agonistico e 3 di loro nelle Olimpiadi di Tokyo hanno partecipato sotto la bandiera dei rifugiati protetti dal CIO. Portare fuori in sicurezza queste giovani non è facile e per farlo è stato necessario l’aiuto di più Paesi, di persone e di organizzazioni che si occupano di ciclismo in Afganistan da tanti anni e che hanno unite le forze creando un vero e proprio team.

Tra queste c’è Shannon Galpin, che dal 2013 aiuta queste ragazze in modo attivo: lei in Afganistan è andata tante volte donando 60 bici a queste ragazze, che poi sono state in parte rubate e in parte distrutte. Lei è la più determinata, ha aiutato le ragazze ad essere candidate al Nobel per la Pace nel 2016 e sul campo ha lavorato per farle partecipare alle prime gare. Shannon Galpin però ha aiutato anche i ciclisti, i ragazzi che hanno protetto le colleghe donne durante gli allenamenti e che le hanno scortate anche in gara. Anche per loro ci sarà la salvezza, perché chi ha sostenuto le ragazze ora è in pericolo.

Oggi Shannon, grazie a interventi internazionali, sta aiutando le cicliste afgane ad uscire. Lei è in contatto diretto con l’UCI, che attraverso la Svizzera accoglierà circa 25 ragazze e tante altre andranno in Canada e Stati Uniti, raggiungendo le loro amiche che hanno già superato l’oceano. Per tutte loro ci sarà un programma di sviluppo e integrazione a lungo termine. Molte ragazze sono andate in Germania e altre in Polonia e presto altre 90 raggiungeranno i loro nuovi Paesi. Tra questi c’è anche l’Italia che, dopo aver portato in salvo 6 ragazze grazie al Ministero degli Esteri e all’Esercito Italiano a Kabul, adesso è pronta a prendersi cura di 12 ragazze.

Le 12 atlete potranno arrivare grazie all’interessamento del Ministero dello sport e della Federazione Ciclistica Italiana e di una giornalista, che da anni è in contatto con le ragazze e che sta facendo da ponte.

L’Italia ha deciso di esserci ancora e parte di queste 12 ragazze appartengono proprio alla popolazione Hazara, una tribù nobile e ospitale, caratterizzata dall’incredibile resistenza fisica. Alcune di queste atlete e le loro famiglie sono ricercate in Afghanistan e per questo sono nascoste, ma sognano di essere libere e avere un futuro vero, lontano dalle guerra e dalla povertà. La solidarietà degli italiani è grande e già molte aziende si sono rese disponibili per dare un aiuto concreto.

In questa storia ci sono tante persone che stanno offrendo aiuto e tra queste c’è anche la statunitense di origine vietnamita Lien Johnson, figlia di una donna che di coraggio ne ha avuto tanto, perché a 15 anni nel 1975 scappò da sola da un Vietnam occupato. Lien dal mese di marzo ha portato diverse cicliste e le loro famiglie negli Stati Uniti e in Polonia e altre ragazze grazie a lei avranno un nuovo futuro: le ultime 11 sono partite da Kabul a fine agosto.

Grandi sforzi sono stati fatti anche da Hogan Lovells per portare in salvo tante cicliste. Ci sono tante altre persone che stanno lavorando nell’ombra, per il momento vogliono rimanere anonime, sostenendo che le vere protagoniste sono le nostre cicliste, la cui messa in sicurezza non deve essere considerato un trofeo da mostrare e di cui vantarsi.

La voce delle cicliste afgane non verrà lasciata inascoltata e loro, le uniche protagoniste di questa triste vicenda, accompagnate da chi ha dato tutto per salvarle, arriveranno prossimamente fino al cuore dell’Europa, al Parlamento Europeo, dove potranno raccontare la loro storia.

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