L’ANTIRAZZISMO DA 2A ELEMENTARE

di GIORGIO GANDOLA – È già molto più avanti di Suarez. “Io vuole imparare italiano bene”, dice un bimbo nero – cioè straniero, cioè da poco in Italia – disegnato in un’immagine di un libro di lettura di seconda elementare. Sorride, è tenero con la maglietta arancione e lo zaino multicolore. Nella pagina dedicata ai desideri dopo il faticoso ritorno in classe è il più affidabile. Il suo “progetto di vita a breve termine” (oggi purtroppo si dice così) è chiaro e impegnativo, più di quello dei due compagni disegnati a fianco. Una bambina bionda immagina: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni con i pennelli”. E il marmocchio bianco sogna: “Quest’anno vorrei sempre andare in giardino a ricreazione”. Da grande farà il sottosegretario agli Esteri.

Delle 600 pagine del manuale di lettura per alunni di sette anni edito dal Gruppo Editoriale Raffaello, l’unica che abbia visibilità mediatica è questa. Nell’Italia dell’eterna rissa social mancava la polemica multicult di settembre, ma ora siamo più tranquilli perché è arrivata. La classica tempesta perfetta determinata da quel verbo “vuole” al quale si sono appese associazioni come “Educare alle differenze”, gruppi di psicologi, politici di periferia, insegnanti sparsi, intellettuali da weekend (stona l’assenza dell’Anpi) per bollare come stereotipato e razzista il messaggio di chi ha pubblicato il libro. “Stereotipato e razzista”, addirittura. Con richiesta annessa di ritirare la pubblicazione, autoflagellarsi in pubblico, sciogliersi nell’acido, scomparire per sempre dall’orizzonte editoriale. I buoni per decreto non sono mai così buoni.

Nessuno qui vuole giudicare le sensibilità, soltanto ragionare senza ipocrisia. E sottolineare l’estremismo dei Torquemada del politicamente corretto che vorrebbero banalizzare il mondo omologandolo, senza tenere conto delle differenze oggettive che per un bambino di sette anni – per fortuna – non sono mai un problema. Quel piccolo arrivato per la prima volta in Italia non conosce la nostra lingua e neppure potrebbe. Ha bisogno di un percorso di apprendimento, e come desidera lui stesso, alla fine dell’anno scolastico saprà coniugare i verbi meglio del flanellone che passa il tempo in cortile. Ma il punto di partenza è oggettivamente diverso.

Possiamo nasconderlo alla nostra tendenza malata di voler anestetizzare la società, non agli occhi innocenti di quel bambino e dei suoi compagni di classe. Che l’hanno già accettato, l’hanno già incluso (con una certa dose di resilienza) senza bisogno della nostra coda di paglia. E purtroppo da domani cominceranno a cogliere la valenza tossica del verbo agganciato male solo perché glielo stiamo facendo notare noi. È davvero curioso, nella sovrapposizione temporale, che un verbo sbagliato sia considerato razzista sulle labbra di un alunno di colore che desidera integrarsi in seconda elementare e invece sia del tutto normale, anzi da promozione con lode, per un calciatore scambiato per Dante Alighieri dai docenti dell’Università di Perugia.

Chi pretende di bruciare l’illustrazione spiega che ”anche bambin* arrivat* da poco portano con sé le loro culture d’origine e costruiscono in quelle classi nuove identità meticce fatte di incontri e reciproche contaminazioni”. Gli asterischi non sono refusi, ma stanno dentro il comunicato d’accusa, sostituiscono il genere, vanno a braccetto con la cultura del genitore uno e due e tre, tendono a burocratizzare l’esistenza. Eppure una vita di asterischi è impersonale e noiosa, i bambini la rifiuterebbero. Quando vanno in cortile a giocare non portano gli asterischi ma il pallone. Quando hanno fame non si scambiano gli asterischi ma le merendine (vegane, per carità).

Davanti al sabba delle accuse e soprattutto all’infamia della parola “razzista” che brucia più del lanciafiamme di Vincenzo De Luca, la casa editrice si è già arresa. Immaginiamo il titolare con le mani nei capelli, perché tutto avrebbe sopportato ma non l’attacco frontale del politicamente corretto, esempio supremo di violenza docile, impositiva, a senso unico.

“Ci scusiamo per l’illustrazione oggetto di molte critiche, che ha urtato la sensibilità e offeso, non era certamente nostra intenzione”, si legge in una nota condivisa su Facebook. “Abbiamo già provveduto a modificare la pagina, subito disponibile per chi utilizza il testo in questo anno scolastico”.

Nella nuova versione il bambino nero dice: “Quest’anno vorrei aiutare di più i miei compagni”. Senza ambizione, impersonale. Un asterisco.

Un pensiero su “L’ANTIRAZZISMO DA 2A ELEMENTARE

  1. Silvia dice:

    Sono la mamma di due bambini che assomigliano molto a quello del disegno perché hanno un papà africano. Parlano italiano perfettamente perché sono italiani e sono nati e cresciuti in Italia. I bambini come loro in Italia sono tanti. Lo stereotipo raffigurato nel libro lo vivono dal vero, quando per la strada qualche brava persona antirazzista se ne esce con commenti come: “Che bravo! Parli italiano meglio di tanti italiani!”. Queste persone non sono cattive, ma solo ignoranti. Pretendere che un libro di testo per la scuola non perpetui questo tipo di ignoranza mi sembra il minimo che si possa fare.

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