L’AMORE NON UCCIDE. MAI.

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – Che accade quando la morte di una donna arriva per mano dell’uomo che diceva di amarla? Il 2020 si è impegnato, anche su questo fronte, per rendersi indimenticabile. Il peggiore degli ultimi 20 anni.

I dati indicano che quasi il 90 per cento dei femminicidi avviene in famiglia. Siete sconvolti? Aggiungo, allora, che avviene all’interno della coppia. In quelle coppie dove l’amore è malato e, in quanto malato, arriva ad uccidere.

Chiariamo subito un punto importante: amore e violenza corrono sempre su due binari paralleli. Chi ama non percuote. Chi ama non violenta. Non umilia. Non sfregia. Chi ama non uccide. Rispetta il corpo dell’altro, la sua distanza, la sua differenza. Ne ama la vita che non possiede e che, dunque, non toglie.

La violenza è, dunque, un anti amore. Un atto volontario di cui si è responsabili. Sempre.

Nel Bresciano, con una recente e scandalosa sentenza, un uomo viene assolto dopo aver brutalmente infierito sul corpo addormentato della moglie, uccidendola. Assolto per vizio di mente, a causa di delirio di gelosia.

Assolto, dunque, perché incapace di intendere e di volere. Incapace di intendere e di volere è una frase di quelle che impari a memoria, come le tabelline, senza nemmeno prestare attenzione al senso. Proviamo allora a chiarirlo, questo senso.

Se uccidere qualcuno è un atto di estrema violenza e la violenza è un atto volontario, qualcuno mi spieghi come un atto volontario possa, al tempo stesso, non esserlo.

Delirio di gelosia, dice la sentenza. Vorrei spiegarvi, se posso, che il delirio è un fenomeno elementare della psicosi. Lo psicotico, per intenderci, è il folle. Il folle, questo per noi lacaniani almeno, non è il debole.

La chiusura dei manicomi è servita, o almeno questa era l’intenzione di Basaglia, a restituire dignità al malato di mente. Dignità e dunque soggettività che è sinonimo di responsabilità.

La responsabilità inchioda il soggetto, al punto che innocenza è una parola, davanti alla quale gli psicoanalisti storcono il naso.

Lo spiego meglio: ciascun soggetto è responsabile, sempre, anche quando delira, del proprio dire, del proprio intendere e infine del proprio volere. Responsabile cioè dei suoi atti; di quelli che non commette e di quelli che arriva a commettere.

La follia non può dunque essere l’attenuante di un atto criminale, perché essa non è un deficit, ma ripetiamolo, è una scelta, inconscia, del soggetto. Come la nevrosi, né più, né meno.

Seguendo allora la logica del mio ragionamento: un uomo che uccide una donna è un assassino. Un uomo che delira è un folle. Un uomo che delira e uccide una donna, a causa del suo delirio, è un folle che agisce con un passaggio all’atto criminale.

Smettiamola, pertanto, con queste assurde giustificazioni. Siamo davvero, ancora oggi, tutti disposti in cerchio a scaldarci, sadicamente, intorno alla carne, arsa viva, delle streghe bruciate sul rogo?

L’uno accanto all’altro a bisbigliare, sotto la mascherina, che in fondo se la sono un po’ cercata.

Certe donne, troppo libere e mezze streghe, magari sedute in minigonna sulla loro scopa, devono aver fatto sicuramente impazzire qualche povero marito geloso…

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