L’AMORE CI SALVERA’. ANCORA.

di MICAELA UCCHIELLI (psicologa e psicoterapeuta) – L’amore, ancora, persino in questo periodo?

Arriva alla mente un’immagine: una coppia di anziani coniugi che passeggia guardando il mare. I due si tengono stancamente per mano. Ancora, penso.

Ancora è per Lacan un nome dell’amore. Ancora così.

Ancora gioca, in francese, sull’assonanza encore en corps, un corpo. Amore incarnato, dunque, in quel corpo che l’amore sempre implica.

Ancora indica l’infinito che è incluso in ogni domanda d’amore.

L’amore ha una certa affinità col mare, con quell’orizzonte potenzialmente illimitato, apparentemente indistinto e sempre lo stesso, eppure mai uguale a se stesso, mescolanza di correnti e alterità.

L’amore ha anche, sempre, a che fare col muro. L’amour, l’a-muro. Il muro del linguaggio, diceva Lacan. Struttura che separa, innanzitutto, il soggetto dal corpo da cui proviene, quello della madre.

L’amore punta sempre ad abbattere il muro, a tornare in quella fusione, punta a fare uno, punta a specchiarsi nel primo volto amato, declinazione narcisistica dell’amore, l’unica possibile per Freud.

Come resiste l’amore? Come si resta nello stesso mare senza incontrare il muro come sua fine?

Come si resta quando il mare diventa tempesta o secca?

Domanda sempre attuale questa, mai tanto attuale quanto oggi, tempo del mare che si chiude, che si accorcia, che si restringe.

Un mare confinato e non più aperto, mare che finisce in muro come nell’eloquente e angosciante immagine finale di The Truman Show.

Alcuni pazienti parlano di questo tempo come di una cartina al tornasole del rapporto.

Si trovano a guardare il volto che un tempo era il volto amato, incontrato per anni, ogni mattina come primo e ogni sera come ultimo. Lo guardano, costretti dalla quarantena ad uno sguardo senza posa. Il tempo diventa troppo e quello che vi si incontra è più spesso l’estraneità che l’alterità.

Incontrano il silenzio, un orrendo niente da dirsi, proprio ora che avrebbero tutto il tempo per parlarsi.

Se amare è amare il reale dell’altro, l’inamabile, il suo sintomo, il suo nome proprio, il suo difetto, il suo insopportabile, quando questo è costantemente davanti ai nostri occhi, quando lo incontriamo forzatamente, senza tregua, senza scampo, senza pause, senza fuga, come ce la caviamo?

La coppia è un incontro di sintomi era solito dire Lacan. Ma dal sintomo dell’altro è necessario prendersi delle pause. Ed è proprio a quelle pause dall’altro che molte coppie avevano affidato la possibilità di restare nel rapporto.

Ora invece il tempo insieme diventa, per qualcuno, un occhio che vede tutto, una luce troppo intensa, un faro che illumina e mette a nudo, sostituendosi alla luce più fioca e velata di una candela.

Costrette in quel pezzo chiuso di mare c’è da attendersi che alcune imbarcazioni torneranno in porto, provate, trafitte dal vento, squassate dalla potenza dell’onda, ma ancora capaci di navigare: sono quelle che conoscono la rotta e sanno ritrovarla.

Altre si perderanno, invece, tradite dal carburante esaurito o da vele non abbastanza forti.

C’è chi si è imbarcato senza troppa convinzione, chi è partito troppo giovane e si ritrova un compagno di viaggio con cui è cresciuto in modo separato: due viaggi differenti benché a bordo della stessa imbarcazione.

Ci sono naviganti che scelgono barche sicure e traiettorie che conoscono bene. Poi incontrano la bonaccia e l’incapacità di godersela, perché, come Freud vide con chiarezza, gli uomini tendono a spingersi al di là del principio del piacere, al di là del mare calmo. Tendono verso acque più agitate.

Non tutti gli amori finiscono e non tutti resistono.

L’impossibilità di trovare soddisfazione nel proprio viaggio è la condanna del nevrotico, incapace di far dialogare amore e desiderio, tenendoli insieme.

E così l’uomo spesso ama in quel mare dove non desidera, e desidera nel mare in cui non ama, e finchè può navigare in acque separate, tutto funziona. Poi la nave è costretta in porto. Un porto chiuso, come ora.

Può sentirsi allora nell’impossibilità di restare, volgere lo sguardo al mare, in attesa che si il cielo si apra e il mare torni ad essere un orizzonte e non un muro.

Oppure può restare, ancora, e trasformare il muro in mare.

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