L’AMERICANATA DEL MITRAGLIETTA

di TONY DAMASCELLI – Mentana Enrico: bravo è bravo. E non nel senso del Manzoni, non essendo, l’Enrico, uno sgherro al servizio di chissà quale Griso o Innominato. Gode di questa indipendenza che ritiene di possedere in esclusiva, mentre tutto attorno si muoverebbe una ciurma di servi e servili, tra stampa scritta e radiotelevisiva. Gestisce il tiggì dell’emittente di Cairo Urbano, che lo esibisce non al guinzaglio, come fanno certi pseudo gentiluomini editori con certe belle donne nei salotti bbuoni.

A Mentana piace la politica, suo padre Franco, che era di tosta fede comunista, tra i fumi di mille sigari toscani e altrettante bestemmie, gli insegnò l’arte del cronista, Franco era sanguigno e dolce assieme, calabrese di razza, bearzottiano di credo, ricciuto nei capelli come nel carattere improvvisamente sulfureo.

Il figlio, cioè Enrico detto Chicco, roba da asilo Mariuccia, detto Mitraglietta, immagine ancora infantile, per il ritmo del suo dire, si illumina di immenso quando può condurre lunghissimi dibattiti televisivi nei quali lui è l’emerodromo, come Filippide da Maratona ad Atene, lui corre tra i vari palazzi della politica e non offre segni di stanchezza, gioca con le figurine degli inviati/e stuzzicati e derisi come facevano i Direttori di un tempo (ehm), invita al tavolo giornalisti dell’arco editoriale che si contendono quel posto in close up davanti alle telecamere, tutti volontari, ospiti, a titolo gratuito perché questo passa il convento eppoi è un onore partecipare all’evento, perché ormai di evento trattasi.

Evento che a volte, per disguidi tecnici, fa sbarellare il conduttore che non conosce il rischio del fuori pista, non essendo in possesso di patente automobilistica, per snobismo di censo, come capita ad altri giornalisti (così era Maurizio Mosca) che rifiutano l’uso del computer, insistendo sui tasti dell’Olivetti (Feltri, Mura).

Ama il football, fa parte del trio Sarti-Burgnich-Facchetti, nel senso di vecchi cuori interisti, Lerner-Severgnini-Riotta, lui è Luis Suarez e Mariolino Corso assieme, classe e genio, anche se il sogno è di essere Moratti, padre e figlio assieme.

Socialista craxiano, socialdemocratico, democratico, piace alla gente che piace, è milanese a Roma e romano a Milano, intendo della frequentazione e delle abitudini della politica. Crozza ha disegnato una sua mirabile imitazione, nelle smorfie del muso, nelle risate farlocche, nelle pause impreviste.

Abituato ai carrozzoni di Rai e Mediaset, deve fare di necessità virtù con teleCairo, che punta al risparmio a prescindere: può accadere, dunque, che scivoli sul linoleum di un filmetto fantascientifico spacciandolo per le immagini della rivolta americana, giusto l’altra sera, arrapandosi per un tizio col lanciafiamme, e senza che nessuno, in studio o in regia, aiuti Filippide a risollevarsi dalla caduta. Ogni tanto si può perdere. O no?

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