L’AMARISSIMO ZUCCHERO D’ITALIA

La guerra in Ucraina ha provocato una scriteriata corsa all’acquisto di prodotti alimentari. Alcune catene della Grande distribuzione hanno fissato limiti per l’acquisto di olio di girasole, farina e zucchero per arginare fenomeni di accaparramento che si sono verificati in alcuni punti vendita, da parte di alcuni speculatori.

Sono gli effetti collaterali di un conflitto che sta cominciando a palesare ripercussioni dirette sulla disponibilità di materie prime e sul livello dei prezzi, in costante salita.

Il problema della sicurezza alimentare del nostro Paese sta iniziando a trovare qualche piccolo spazio nel circuito mediatico nostrano, ma l’agenda politica se ne continua a disinteressare.

Abbiamo ascoltato il ministro della transizione ecologica Cingolani lamentarsi della speculazione che si sta abbattendo sui prezzi del settore petrolifero, come un semplice avventore del Bar Sport, come se la possibile soluzione del problema dovesse essere delegata a terzi.

Non si hanno più notizie del ministro dell’agricoltura ingegner Patuanelli, che per risolvere il problema dei prezzi e dell’approvvigionamento del grano ha avuto la brillantissima idea di indire una riunione con i rappresentanti di categoria, i cui effetti concreti sono stati pari a una puntata del Grande Fratello Vip: il nulla.

Nel frattempo il prezzo del gasolio agricolo è balzato da 0.9 €/l a 1.6 €/l, causando il blocco forzato degli operatori agricoli, preambolo per un’imminente chiusura delle aziende.

La politica italiana ha colpevolmente trascurato il settore agricolo, barattandolo con interessi industriali di gruppi industriali nostrani, ponendosi sempre in posizione supina verso le decisioni dell’Unione Europea, mai a favore degli agricoltori nostrani.

La sicurezza e la sovranità alimentare non sono mai entrate nel programma politico di nessuna formazione politica: adesso tutti a piangere lacrime di coccodrillo.

Come scritto in premessa uno dei prodotti oggetto di un accaparramento ingiustificato (per il momento) è lo zucchero.

Il settore della produzione nostrana dello zucchero è l’emblema di come l’industria agroalimentare sia stata colpevolmente svenduta in nome di una appartenenza a un’identità europea, che ha però regolarmente penalizzato tutti gli operatori del settore.

L’industria dello zucchero rappresentava un vanto per l’agroalimentare del Paese, mentre adesso l’Italia si trova nella condizione di dover dipendere dalle importazioni da Paesi terzi.

Fino alla fine del secolo scorso nel nostro paese si producevano ogni anno 1,5 milioni di tonnellate di zucchero, in una quarantina di stabilimenti, a fronte di un consumo medio di due milioni di tonnellate, rendendo il nostro Paese quasi autosufficiente.

Oggi dai nostri impianti escono circa 250mila tonnellate di zucchero e dipendiamo quasi interamente dall’estero.

Questa significativa riduzione della produzione è stata provocata da una serie di scelte scellerate del decisore politico di turno, a partire dal 1986.

In quell’anno a Bruxelles sono state imposte le quote nazionali di produzione, introducendo forti dazi verso paesi terzi. Un modo per tutelare la produzione comunitaria interna, evitando di importare zucchero dall’esterno.

La mossa del 1986 è giustificata dal fatto che lo zucchero venne giustamente considerato un elemento strategico, dunque da tutelare sia in termini di produzione che di qualità.

L’Italia in quel periodo viveva un particolare fermento del settore.

La maggiore realtà produttiva era l’Eridania di Raul Gardini (successivamente suicidatosi per il suo coinvolgimento nell’indagine di Mani Pulite), che per realizzare il progetto del grande polo chimico dell’Enimont decise di provare la scalata alla francese Beghin Say, facendo suonare più di un campanello d’allarme a francesi e tedeschi.

I due Paesi operarono pressioni fortissime per la revisione delle quote nazionali di produzione, lasciando sostanzialmente via libera alla totale liberalizzazione del mercato dello zucchero europeo.

Un progetto che nel 2006 divenne operativo per l’intervento del governo Prodi.

Tedeschi e francesi ancora ringraziano.

In brevissimo tempo il prezzo dello zucchero crollò, passando da 600 a 350 €/tonnellata.

L’Italia ne uscì con le ossa rotte: molte nostre aziende, a causa dei nostri proibitivi costi di produzione, non riuscivano più a sostenersi economicamente e furono costrette a chiudere i battenti.

Risultato finale: nel 1948 avevamo 62 aziende, 19 nei primi anni 2000, oggi sono solo 3; il colosso Eridania non è più italiano; dipendiamo per l’80% circa dalle importazioni.

Applausi.

Ma non è finita qui, per una volta anche Parigi e Berlino pagarono il prezzo della loro tracotanza.

Nel 2017 l’UE ha deciso di togliere anche i dazi aprendo il mercato dello zucchero ai paesi terzi. Il risultato è quello di un ulteriore crollo dei prezzi, che ha penalizzato le aziende francesi e tedesche a favore di paesi come il Brasile protagonisti dell’attuale mercato dello zucchero.

Chi di spada ferisce…

Ripenso a questo mentre nel supermercato in cui sto facendo la spesa un avviso della direzione mi notizia sull’impossibilità di acquistare più di 5 kg di zucchero.

Povero il nostro Paese supino.

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