LA VITTORIA FASULLA DELLA MEDICINA CHE SFOCIA NEL SUICIDIO ASSISTITO

Si è parlato molto del caso di Mario (nome di fantasia, hanno precisato). Si stratta del primo malato a ottenere il via libera per il suicidio medicalmente assistito in Italia. Il Comitato etico della sua azienda sanitaria di riferimento — la Asur Marche — ha deciso che nel suo caso ci sono le condizioni per accedere al farmaco letale. I giornali ricordano anche che le condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale sono quattro:
1) è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali;
2) è affetto da una patologia irreversibile;
3) la sua patologia è fonte di sofferenze intollerabili;
4) lui è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Quando ho letto la notizia ho fatto, tra me e me, una considerazione da vecchietto come sono. Se Mario fosse vissuto ai tempi dei miei genitori sarebbe già morto, almeno da dieci anni, da quando è incominciato, così hanno riferito i giornali, il suo calvario. Dunque, Mario ha resistito finora grazie alle macchine e alle medicine che l’hanno tenuto in vita. E mi domando se è più felice lui ad aver resistito così a lungo o se era più felice un giovane di settant’anni fa che avrebbe dovuto affrontare il dolore brutale della morte, ma non quello, inestirpabile, di una malattia che non finisce mai. E mi viene da aggiungere, mestamente, che quando si vuole vivere a tutti i costi si finisce per pagare con un supplemento di sofferenza e di morte.

Siamo disgraziati, noi, uomini di oggi. Vogliamo far vivere, e abbiamo anche gli strumenti per farlo, ma finiamo per far vivere male. Così si arriva alla decisione tragica di Mario. La sua vita era il segno del potere della medicina, ma era la sua infelicità. E così ha deciso di chiudere la partita. A questo punto la sconfitta sua è anche la nostra. Lui non se l’è sentita di continuare a soffrire e noi soffriamo nel dover prendere atto della sua decisione.

Così, alla fine, lui muore, noi no. Non solo, ma tutti vedono che è lui a morire e tutti sentono che noi, i fortunati, continuiamo a vivere. Tutti vedono, in effetti, perché tutti ne parlano. Così, anche se non lo confesso, segretamente penso o posso pensare che la disgrazia di Mario è segno della mia fortuna. Mi pare sia stato Epicuro a dire che non esiste piacere più grande di quello che si prova sulla spiaggia quando si vede al largo affondare una barca. Ovviamente, non per il gusto sadico di veder alcuni finire in acqua, ma per il sollievo di vedere se stessi all’asciutto.

Immagino che si obietti che molti provano pietà e forse anche dolore di fronte a un caso simile. Ma si deve notare che è pietà e dolore a distanza che, in fondo, ci rassicura. Il covid ha fatto scuola. Ormai è diventata la nostra specializzazione. Tutti ci appassioniamo, anche molto, di molte e gravi disgrazie che però ci toccano solo di striscio.

Alla fine mi domando cosa avrei fatto se avessero chiesto, a me prete, di assistere religiosamente Mario. Lo avrei fatto, ovviamente. Avrei dovuto. Ma lo avrei fatto con il senso opprimente di essere doppiamente sconfitto. Sconfitto come uomo nel veder soffrire così, sconfitto come credente nel dovermi limitare a pregare su un dolore così senza poterlo redimere. Avrei dovuto parlare della Croce, quella del Golgota, quella dove ogni dolore può attingere un senso.

Ma quanto è capita la croce oggi?

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