LA VITA È ALTROVE

di LUCA SERAFINI – Siamo stati costretti anche noi, una buona parte almeno. Decine di inviati su strade, piazze e luoghi deserti, ma la maggioranza dei giornalisti del mondo ha lavorato da casa. Smart working anche per l’informazione.

Esperimento obbligato ma interessante, solo dal punto di vista tecnico però. Da qualche anno stiamo imparando a riprendere e montare da soli le immagini, come facevano a Dallas già nel 1963: l’omicidio di John Kennedy consentì di scoprire anche in Europa che negli Stati Uniti erano già nate le tv locali e che i giornalisti tenevano su una spalla la telecamera e in mano il microfono. Non è una limitazione per operatori e montatori: se noi possiamo ottenere la loro qualifica, loro (come sostengo da anni) dovrebbero avere quella di giornalisti.

Il problema è l’etica. Da ragazzini, quando si sogna di diventare giornalisti, si pensa di andate in redazione, scrivere 50/60 righe al giorno e che sia finita lì. Poi si scopre che invece ci sono le voci, le immagini, i testimoni, la cronaca, il tempo che stringe, i titoli, gli spazi, la regia, la tipografia. Il campo, insomma. Dove – come sempre – avviene la selezione della specie. Non bastasse quell’idea infantile del reporter famoso, agiato e privilegiato, sono arrivati i social a rendere giornalista chiunque. Chiunque. In molti casi anche migliori di quelli qualificati: perché con il loro smartphone (invece dell’operatore o del fotografo) si sbattono, vanno in giro, approfondiscono, lanciano temi. Non pensiate che i social siano semplicemente un mondo virtuale di tastieristi avvelenati: anche qui c’è la selezione sul campo, si chiama reputazione. Se te ne fai una, ti seguono (i followers…), altrimenti ti mollano. Eccome.

Sono sbocciate ovunque dirette Facebook, Instagram, Skype e su altre piattaforme, condotte da una vera e propria regia remota: mi sono cimentato a mia volta. Chiacchierate, non interviste: mi hanno fatto compagnia e l’hanno fatta alla gente, mostrando un lato di calciatori, allenatori, artisti, deejay e anche colleghi, non conosciuto ai più. Ma non c’era, volutamente, graffio né badile per rendere quelle chiacchiere, appunto, interviste: non ho scavato più di tanto. Eppure qualcosa è emersa lo stesso. Queste dirette le ha fatte chiunque: come era successo già da anni in tv, sono diventati giornalisti tutti. E ovunque, sui social, sono sbocciate D’Urso e Fazio qualsiasi, in ogni recondito angolo.

Ecco che cosa fa la differenza, o cosa dovrebbe farla: il vero giornalista non ha autori, non lavora solo in studi accoglienti e su comode poltrone, non lavora dal divano con un bicchiere e una sigaretta sempre accesa, non vive di rassegne stampa e di riflessi altrui. Il vero giornalista non può farsi bastare lo smart working: deve stare sul campo. Quello è il nostro mestiere. A meno che l’età e le scelte non ci abbiano portato (in anticipo sui tempi) a pontificare da un divano o da uno studio tv. Parola di trombone professionista. Ho dato 46 anni al marciapiede, adesso le marchette le confeziono a casa, ma – come scrisse Kundera in uno dei suoi libri più sofferti e pesanti – la vita è altrove: è sul campo.

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