LA VENDITA ONLINE SALVA LA BUONA AGRICOLTURA

di PAOLO CARUSO (agronomo) – Il Covid continua a produrre effetti drammatici sulla tenuta socioeconomica del Paese e ha messo in discussione i modelli di crescita pre-pandemia, ma di riflesso ha ribadito, e ce n’era bisogno, la centralità del settore agricolo. Durante il periodo di lockdown è emerso che i consumi di cibo e bevande sono stati e continuano a essere tra i pochi che hanno segnato delle variazioni positive, dimostrandosi anticiclici rispetto alle altre filiere, ma contemporaneamente è mutato l’approccio agli acquisti e i fattori che li condizionano.

Un report elaborato da Nomisma su “Il ruolo economico e produttivo dell’agroalimentare italiano in tempo di Covid-19 e scenari di lungo periodo”, riporta i valori alla base delle scelte di acquisto di food & beverage, individuando i fattori influenti e tracciando possibili scenari. Dai risultati del documento emerge che il cittadino è uscito dalla crisi pandemica più attento al Made in Italy (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%) e alla convenienza (14%). La lettura di questi dati è però controversa: a beneficiare di questo incremento non sono stati indiscriminatamente tutti i canali di vendita, ma si è osservata una radicalizzazione nella loro scelta.

In un primo momento il timore di contatti e assembramenti, unito alla necessità di uscire e spostarsi il meno possibile, ha portato gli italiani a privilegiare i negozi di vicinato, ma questo fenomeno è stato limitato al periodo di lockdown: attualmente questi esercizi registrano volumi di vendita pre-pandemia. Una conferma che il negozio di prossimità viene utilizzato dai più solo in caso di estrema necessità.

I maggiori beneficiari di questo trend sono stati gli operatori che vendono online, protagonisti di una crescita senza precedenti: +120% da gennaio al 21 giugno e +160% solo nel post lockdown (dal 4 maggio al 21 giugno). Una crescita destinata a durare, si pensi che il 95% degli italiani pensa che l’acquisto sul web di prodotti alimentari aumenterà nei prossimi anni. Molti italiani sono convinti che la modalità online sia quella più comoda e accessibile per poter acquistare i prodotti alimentari di qualità dei piccoli produttori, specie quando si parla di piccole realtà situate in zone interne e difficili da raggiungere.

Ma se da un lato la digitalizzazione potrebbe contribuire allo sviluppo di mercato delle produzioni locali, avvicinandole a larghe fette di consumatori, dall’altro occorre che le infrastrutture digitali siano presenti anche nelle aree rurali: ad oggi il 20% circa del territorio agricolo è escluso da questa rete. Occorre inoltre che gli imprenditori agricoli vengano accompagnati in un processo di alfabetizzazione digitale che gli consenta di avere la giusta dimestichezza con questi strumenti.

Non si tratta infatti di supportare imprese “marginali”, ma di garantire la tenuta e la salvaguardia di interi territori, attraverso l’unica attività, quella agricola, che ancora può farlo garantendo pari condizioni competitive. La pandemia rischia infatti di accelerare una netta spaccatura nel Paese: da un lato i consumatori con redditi alti, attenti in misura significativa alla territorialità dei prodotti, al piccolo produttore, alla certificazione biologica, alle qualità salutistiche eccetera, dall’altro quelli con redditi bassi il cui canale di approvvigionamento preferenziale – se non esclusivo – è la grande distribuzione, in quanto il requisito principale cui mirano, per forza di cose, è il prezzo competitivo.

Questa dicotomia è il risultato finale di un nuovo paradigma che si sta affermando recentemente nel settore agricolo e che trova la sua perfetta sintesi in una illuminante affermazione del professor Berrino, uno dei più affermati oncologi nostrani: “Al giorno d’oggi ci sono agricoltori poveri che producono cibo per ricchi e agricoltori ricchi che producono cibo per poveri: stiamo arricchendo chi ci impoverisce la salute e impoverendo chi ce la potrebbe salvare”.

Le politiche della Grande Distribuzione Organizzata sono per forza di cose antitetiche alle necessità produttive e distributive delle piccole e medie imprese agricole. I grandi volumi richiesti dai grandi distributori sono impossibili da soddisfare per queste aziende e i prezzi di acquisto praticati non consentono minimamente di aprire alcuna trattativa.

Ovviamente è implicito calcolare che in un basso prezzo di vendita è incluso un decadimento della qualità, degli standard produttivi e della sicurezza alimentare: nessuno può pensare che un litro di olio a 3 euro, piuttosto che un chilo di pasta a 0.7 euro, abbiano caratteristiche minimamente paragonabili alle produzioni locali. La conclusione è scontata, siamo destinati a una divisione netta nella scelta degli alimenti: i più facoltosi compreranno prodotti di qualità sui canali online, gli altri i prodotti da “primo prezzo” nei discount, e i primi probabilmente si ammaleranno meno dei secondi. Una triste realtà da cui non si intravede via d’uscita.

I contadini più avveduti dovranno fare i conti con questa nuova realtà, ma la loro resilienza, indispensabile per la salvaguardia di territorio, salute e biodiversità, la trasformerà in opportunità. La rete può essere la loro grande (e libera) distribuzione.

 

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