LA TASK FORCE DELLA POLTRONA

di GIORGIO GANDOLA – Che poi la parola task force dovrebbe mettere paura. La quintessenza dell’eroismo militare, il raid di Entebbe, il tuono che arriva quando il fulmine ha già incenerito la quercia. I migliori. Quelli tratteggiati da una immortale frase di Giovanni Trapattoni a noi cronisti flanelloni da retroscena: «Chi sa fare fa, chi non sa fare parla». Se fosse per le task force spuntate come funghi nell’ultimo mese, il Coronavirus avrebbe già dovuto scappare a gambe levate inseguito dai Tornado dell’aviazione.

Il governo ne ha inventate 15 con 400 componenti, regioni ed enti locali altre 30 per non essere da meno. Un esercito di specialisti, funzionari, segretari, datori di luci, attrezzisti che non si vedevano dai tempi di Ben Hur. Risultati concreti pochi, saremmo tentati di azzardare zero se non fosse perfino difficile monitorarli. Ci vorrebbe una task force.

La prima a nascere, il 22 gennaio, è quella Sanitaria con in testa il delegato dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Walter Ricciardi. Così credevamo fino all’altro giorno, quando l’Oms ha scritto una lettera ai giornali «per evitare che colleghino il suo nome a quello dell’agenzia. Lui siede nel board in rappresentanza dell’Italia, ma non ha niente a che fare con il comitato scientifico». Forse per questo, su tamponi e affini, ha cambiato idea una dozzina di volte.

L’ultima task force è invece quella della celeberrima Fase 2 con al comando Vittorio Colao, detto il messia: 17 esperti che finora hanno tenuto due videoconferenze.

In mezzo, ecco altre 13 commissioni speciali (traduzione all’italiana che già indica lo scivolamento verso la perdita di tempo) che dovrebbero decidere tutto sulla nostra salute, il nostro futuro, l’istruzione dei nostri figli, la nostra igiene personale e mentale. C’è la task force per gli Approvvigionamenti, voluta dal premier Conte all’inizio della pandemia, e affidata al grand commis Domenico Arcuri: 40 componenti che dopo un mese non avevano ancora reperito mascherine e respiratori polmonari, costringendo regioni, comuni e aziende a produrre in proprio. C’è la task force Cabina di regìa dell’Emergenza (governo ed enti locali) guidata dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, con 40 componenti. La settimana scorsa è stata affiancata dalla Cabina di regìa Fase 2, sempre con Boccia a capotavola, affiancato dal ministro della Sanità Speranza, dai governatori Fontana, Musumeci e Bonaccini più tre sindaci.

La cavalcata delle Walkirie prosegue con due task force del ministero dell’Istruzione: quella per l’Emergenza con 123 fra esperti, pediatri e psicologi, e quella per la Riapertura (a settembre). Volete che l’helicopter money svolazzi da solo? Ecco due task force per supportare i finanziamenti: quella sulla Liquidità, inserita del decreto Cura Italia e composta da 35 persone, e quella sulla Finanza sostenibile, guidata dal ministro per l’Ambiente Sergio Costa con lo scopo di agevolare l’accesso al credito delle imprese green. C’è la task force Donne per un nuovo Rinascimento voluta dal ministero per la Famiglia (13 persone). Ci sono quella per le Carceri (40 esperti) e quella per la Giustizia (20 componenti).

Ne mancano ancora tre. L’inascoltato Comitato tecnico scientifico, che scriveva invano di fare la zona rossa a Bergamo; l’ambitissima task force Dati del ministero dell’Innovazione che dovrà finanziare l’app per il tracciamento dei cittadini (76 componenti, chissà perché tutti sgomitano per entrarci). E l’imperdibile task force contro le fake news dalla quale, per un attimo, abbiamo sperato di leggere che le altre 14 erano una bufala.

Questa è l’emergenza all’italiana. E chi non è riuscito a entrare nel club dei 15 sta provando a sedersi sulle poltrone delle aziende partecipate dallo Stato perché l’epidemia più devastante del secolo ha fermato tutto, non le nomine. Qui ci sono da piazzare i presidenti di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Monte di Paschi, quindi il “distanziamento sociale” non vale. Nei palazzi della politica si sgomita a un centimetro dalle costole.

La spartizione al tempo del virus è qualcosa che va oltre ogni immaginazione, mette infinita tristezza. E ci fa ribadire in modo definitivo che se anche #TuttoAndràBene, poi ricomincerà ad andare male. Esattamente come prima, al netto delle mascherine.

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