LA STUPIDA ILLUSIONE CHE LA CINA CI RIVENDA IL SUO GRANO

Anche la grande stampa italiana si comincia a porre interrogativi su quanto avevamo segnalato alla fine dello scorso anno, in tempi non sospetti, in tema di approvvigionamento alimentare.

Sulla base di quanto scritto nel dicembre del 2021 da “Nikkei Asia”, in un articolo dal titolo “China hoards over half the world’s grain, pushing up global prices”, avevamo sottolineato il grande attivismo delle autorità cinesi circa l’acquisto di derrate alimentari, soprattutto cereali, con un’intensità mai registrata in passato.

Ancora l’invasione russa era lungi dal concretizzarsi.

Qin Yuyun, capo delle riserve di grano presso la National Food and Strategic Reserves Administration, dichiarò che la Cina manteneva le sue scorte di cibo a un “livello storicamente elevato”, per permettere al popolo cinese di poter approvvigionarsi di grano almeno per un anno e mezzo.

Dati dello U.S. Foreign Agricultural Service segnalano che attualmente le riserve di grano custodite nei silos cinesi superano i 140 milioni di tonnellate. Tutte le riserve di frumento del resto del mondo non arrivano a raggiungere il quantitativo stoccato nel Paese asiatico.

Federico Rampini sul “Corriere della Sera” si interrogava sulle ragioni della grande intraprendenza cinese sul mercato agroalimentare mondiale.

Ma anch’egli non è riuscito a dipanare il grande interrogativo che da mesi incombe nella cerchia degli addetti ai lavori.

Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, i grandi acquisti cinesi erano per lo più imputati all’aumento della capacità reddituale del popolo cinese e quindi ad un incremento della domanda di cibo di qualità, o al timore che l’instabilità geopolitica portasse a fenomeni di irrigidimento dei paesi esportatori con conseguenti carenze di materie prime alimentari, che hanno da sempre fornito il pretesto per le rivoluzioni socio-politiche in Cina.

Ciò che è invece storicamente dimostrato è l’ossessione dei governi cinesi circa il problema della food security, ovvero la capacità di un popolo di dotarsi della disponibilità di adeguate scorte alimentari, per sostenere il costante aumento del consumo di cibo e per compensare le fluttuazioni della produzione e dei prezzi.

Per far fronte a questo pericolo, negli ultimi anni le autorità cinesi hanno adottato un’aggressiva politica di “land grabbing” verso i paesi africani, diventati ormai delle vere e proprie “colonie alimentari”.

Rampini, giustamente, sottolinea che questo sproporzionato accumulo di cibo potrebbe rappresentare anche un rimedio al problema legato al rialzo dell’inflazione, citandolo come una delle cause principali che nel 1989 portò alle tragiche proteste di Piazza Tienanmen.

Ci riesce invece più difficile concordare sulla possibilità che questo grano venga venduto sui mercati in un’ottica di trading, per ottenere un guadagno tra prezzi di vendita e di acquisto, e ci stupirebbe molto anche l’ipotesi che improvvisamente questo frumento venisse immesso sul mercato per calmierare i prezzi.

Tutti ormai hanno capito, e prima di tutti i cinesi, che l’unica vera arma di ricatto e condizionamento per i popoli è il cibo.

Soleva affermare Kissinger: “Se controlli il petrolio, controlli le nazioni, se controlli gli alimenti, controlli i popoli”.

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