LA STUPIDA GUERRA CONTRO TOGNAZZI-SPALLETTI

di LUCA SERAFINI – Speravo de morì prima di toccare con mano la becera mediocrità umana annidata nei social. Tengo di più alla vita però, quindi sopporto e anzi cerco ogni giorno il buono che c’è (perché il buono è nascosto ovunque) su tuitter feisbuc istagram e dintorni. La solidarietà, per esempio. Anche se poi i likes schizzano a migliaia se pubblichi la foto di un gatto, di un malato, delle tette o di qualcuno che ci ha lasciato. Umore ondivago, volgarità costanti come ha potuto verificare sulla sua pelle Gianmarco “Gimbo” Tognazzi.

Proprio nei giorni in cui si celebra il suo indimenticato padre Ugo, che avrebbe compiuto 99 anni il 23 marzo, Gimbo è in onda con la serie tv “Speravo de morì prima”, biopic di Francesco Totti e tratto dallo stesso libro autobiografico del capitano dei capitani della Roma, il quale ha supervisionato la fiction (il titolo si ispira allo striscione che un tifoso espose allo stadio Olimpico il giorno dell’addio al calcio del “Pupone”, soprannome che ha accompagnato Totti per tutta la carriera).

Tognazzi interpreta – molto bene, accento toscano compreso, ma questo è un parere personalissimo – l’allenatore Luciano Spalletti, il quale in due momenti diversi allenò i giallorossi: la prima volta mettendo il Pupone al centro della sua idea di calcio, la seconda imponendo la sua sempre più frequente e infine definitiva esclusione, virando bruscamente in nome del gruppo e del collettivo.

In questa seconda fase Spalletti fu forse l’allenatore della storia più odiato dai suoi stessi tifosi, ma oggi la realtà social scopre tutta un’altra folta e poderosa nicchia di suoi ammiratori che inveiscono reiteratamente contro Tognazzi. Secondo questa minoranza di truce opposizione, la sintesi della sceneggiatura sarebbe a senso unico nella celebrazione del calciatore e nello scorticamento del tecnico. Per la cronaca, i complimenti e gli assensi per “Speravo de morì prima” sovrastano nettamente questa nicchia di contestatori, ma la ferocia e la cattiveria nei commenti (insulti) di questi ultimi finisce col fare notizia, purtroppo. Turbando non poco i protagonisti.

L’imbarazzo di Gimbo è palpabile nella sua voce e nelle sue risposte, quando si prende una pausa dal set della terza stagione di “Crimini” che si sta girando a Napoli e dice al telefono: “Rispettando il copione, ho cercato di immedesimarmi nell’umanità e nella filosofia di calcio di Spalletti, che privilegiava le necessità della squadra rispetto a quelle del singolo, ma immagino fosse comunque a disagio nel gestire quella situazione e ho fatto in modo di renderlo tangibile. Non so se sono riuscito nello scopo, certo è che la reazione di chi non ha apprezzato mi ha ferito profondamente”.

Gianmarco è un sanguigno e quindi non lesina risposte e obiezioni ai detrattori più civili, non perdendo tempo con gli altri: “Anche se certi commenti mi mandano il sangue al cervello, mi trattengo perché questa storia che i social sono come i bar non sta in piedi. Al bar c’è qualche avventore, sui social sono milioni. E al bar puoi discutere, anche con toni accesi, ma senza andare sul personale se no finisce a cazzotti. Quello che fa più male è sentirci rinfacciare di essere ‘figli di papà’, perché molti se la stanno prendendo anche con Pietro Castellitto. Non sanno quanto impegno e quanto rispetto ci abbiamo messo per cercare di portare in scena fatti e personaggi nel modo più credibile. Totti nel suo libro si è messo a nudo con coraggio sia come uomo che come calciatore, non potevamo non rispettare il suo spirito. Spalletti è descritto in un certo modo e io mi sono immerso nella sua rappresentazione con tutta l’anima, così come Pietro nell’offrirci il Totti pubblico e quello privato”.

Sono sconfortati e delusi (per usare un eufemismo) da questa insurrezione scurrile: “Io sono tifoso sfegatato del Milan”, dice ancora Gianmarco, “ma non mi arrogo il diritto di pretendere che le cose siano raccontate come voglio io e come piace a me. Il tifoso non è il possessore degli uomini e degli eventi, ma solo spettatore. Se non è in sintonia lo può esprimere civilmente, ma è evidente che i social non siano il luogo adatto”.

Specialmente adesso che i bar sono chiusi.

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