LA STORIA DEL MONDO PASSA SEMPRE AL BAR

Quella roba lì è cambiata, non è più la stessa cosa. Nei paesi come nelle città, il bar era il punto di ritrovo dove riscrivere la storia, la scienza, lo sport, la politica. Dove sfogarsi della suocera e della moglie (più raramente dei mariti, perché le donne erano in minoranza), del caro-vita, del capufficio. Al bar si diventava campioni imbattibili di flipper e di scopa, in qualcuno – col giardino e bene attrezzato – anche di bocce. Non c’era età per questi fuoriclasse. Il bar era il posto dove progettare le grandi fughe mai fatte, o il futuro, un futuro diverso come quello dei quattro amici di Gino Paoli che volevano cambiare il mondo, come quelli del Bar Margherita di Bologna di Pupi Avati. Ogni cosa sembrava semplice, possibile, specialmente dopo il terzo bicchiere.

Quella roba lì è cambiata, ma c’è ancora. Il bar resiste come ritrovo, persino per i giovani è un posto dove tenere il cellulare in tasca qualche minuto in più rispetto al solito, e parlare. Guardarsi negli occhi. Ridere e sorridere. Toccarsi, persino, con la fidanzata o per dare una pacca sulle spalle a chi l’ha detta grossa.

Quando ho aperto “Storie da bar” (Luca Urgu, Edizioni ‘La zattera’, 215 pagine) sapevo che avrei incontrato le atmosfere di un tempo e mi sarei imbattuto nello scenario moderno. Leggendolo ho vissuto infatti emozioni e ricordi antichi, euforia più recente, grazie al lavoro di raccolta che il mio omonimo e collega ha curato meticolosamente, radunando le testimonianze di frequentatori assidui di quei tavolini, quei banconi, quei personaggi che si trovano soltanto nei bar, come moltissime delle storie che ci si vivono.

La molla che ha fatto scattare l’iniziativa è stata la noia, manco a farlo apposta: Luca Urgu ha postato una richiesta durante i mesi del lockdown ed è stato inondato da manoscritti, da testimonianze, da vita vissuta che ha poi composto in un puzzle suggestivo e romantico per darlo alle stampe.

Un regno maschile, quindi. Lo sappiamo. Ma Urgu apre il suo libro invece dedicandolo alle donne, nel senso che il primo capitolo scritto da Sebastiano Mariani parla di loro “che in paese sono più argute e spesso più coraggiose degli uomini, fanno mestieri più pericolosi perché la vita le ha temprate a tutto”. Soprattutto, “quando è necessario sanno vestire i panni degli uomini”, mentre raramente accade il contrario. E via con Cosomina che gestiva il bar di famiglia avendo a che fare con avvinazzati, disturbatori, qualche volta molestatori.

Poi via, con chi racconta come fumasse le sigarette economiche dal lunedì al sabato potendosi permettere le scomparse Merit soltanto la domenica. Il bar del cuore e della memoria nel centro di Cagliari dove i proprietari offrirono l’ultimo gelato con la paura di dover annunciare che il locale stava chiudendo. Per sempre. E il bar senza nome (come lo sono la maggior parte di quelli sparsi nei paesi e nelle metropoli), quello con la bisca clandestina, il Jazz Café di Roma (fondato dallo stravagante americano Jeff Blynn’s che inizialmente gli aveva dato infatti il suo nome), dove era possibile incontrare Burt Bacharach e Dionne Warwick o Paolo Villaggio in pigiama e pantofole.

Si arriva infine scherzando sui molti Marchesi del Grillo che indicano come liberarsi dell’Isis nella loro piccola ONU in un bar, sulla donna più bella della storia, o sulle battute dei romani (“Famme un caffé cor latte de capra tibetana”. “Che coincidenza! Giusto quello te stavo a mette ner caffè!”).

E se volessimo davvero sconfiggere il Covid, conoscere la vera verità sui vaccini e far fare pace a Putin con il suo cervello e con il resto del mondo, beh, è in un bar che dovremmo passare. Prima di tornare a casa con le idee chiare, nonostante un alcolico stato di ebbrezza.

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