LA SOLITUDINE DEL PEP

di GIORGIO GANDOLA – Chi ha sbagliato, Guardiola? Ai tempi del filosofo presocratico Vujadin Boskov i capri espiatori erano i portieri (do you remember Pagliuca?), nell’era social è più divertente crocifiggere gli allenatori. Soprattutto se nella loro carriera hanno ottenuto la patente di guru, sono passati da giovani promesse a venerabili maestri, senza correre il rischio di entrare nello sterminato club dei “soliti stronzi”.

E allora musica, allora fiamme infernali perché la stampa inglese non perdona. Così il Pep che fece grande il Barcellona del tiki-taka, il Pep che riesce a mettere insieme più concetti di politica estera del nostro ministro dedicato, il Pep che fece della Catalogna una nazione molto prima di Puigdemont, il Pep che venne-vide-vinse sull’altra sponda di Manchester con un calcio pazzesco (più veloce di un videogame); ecco, quel Pep lì tre giorni fa è diventato un pirla.

Eliminato dal Lione nei quarti di Champions, si pensava che una simile impresa potesse compierla soltanto Sarri. E invece Guardiola lo ha perfino superato nell’impatto negativo e ne è uscito travolto. “Fallimento”, “Disastro”, “Spettacolo horror”; i tabloid lo hanno accarezzato così.

Era l’obiettivo principale, ancora una volta si è sbriciolato, con l’aggravante che quest’anno è volata via presto anche la Premier e il City ha trascorso una stagione a osservare da lontano i fanali posteriori del Liverpool.

L’eliminazione è stata vissuta come un tradimento e la sintesi migliore dello stato d’animo dei tifosi dei Citizen l’ha fatta il “Daily Mail” con una domanda: «Quante volte Pep, quante volte?». C’è qualcosa di epocale nella disfatta, c’è una critica senza precedenti: «L’idea che Guardiola complichi le partite a eliminazione diretta è diventata una verità».

Insomma, colpa sua. Nello sport ci vuole poco a passare da eroi a reprobi, nel calcio ancora meno; basta un rimpallo, un portiere in serata storta (però è stato lui a inventare quelli che iniziano bene l’azione invece che parare), un centravanti che ciabatta male. Ed ecco Guardiola che si dispera, si inginocchia, strappa l’erba dello stadio, capisce che gli dei ancora una volta hanno detto no. Ha vinto tutto, ma non se lo ricorda più nessuno. Ha stupito il mondo con le sue strategie, ma da tre giorni è entrato in modalità “maledizione”, quindi anche l’ultimo degli stagisti ha il diritto di inchiodarlo al muro con domande intelligenti come: «Quanto dobbiamo aspettare prima che tu vinca la Champions?».

L’uomo è raffinato e permaloso, nell’anno sabbatico a New York giocava a scacchi a Battery Park e racconta di avere inventato lì – osservando campioni perduti nel tempo – certe mosse del cavallo che neanche Matteo Renzi quando dice bianco e fa nero. L’uomo non si capacita del fango d’agosto perché fino a un mese fa tutto il mondo del pallone era aggrappato al suo maglioncino girocollo, gli chiedeva di indicare la strada verso la luce. Ora il messia è senza aureola, costretto a ripartire da zero dopo aver fatto spendere un miliardino allo sceicco.

Per risollevare le sorti di una Manchester improvvisamente depressa, Guardiola ha un’dea da scacco matto: comprare Messi. Portare in Inghilterra l’uomo che gli faceva vincere tutto a Barcellona quando lo schema principale prevedeva palla a lui, due dribbling vincenti e tiro nell’angolino. Costerà il giusto, l’Uefa chiuderà anche l’altro occhio, il Manchester City tornerà a fare paura. Fino ai prossimi quarti di finale.

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