LA SIMPATICA SCUOLA IN CUI SI SCEGLIE SE ESSERE MASCHIO O FEMMINA

Non sapete cosa darei per potere, almeno una volta, scrivere di scuola in termini positivi, ottimistici, anche solo fiduciosi. Invece, ogni volta che mi siedo davanti a questa maledetta tastiera, mi tocca di mangiarmi il fegato e di mettere in fila maledizioni e geremiadi, mercè le insinuanti richieste del mio caro direttore, che sembra godere della mia sofferenza e mi infligge incarichi oltremodo dolorosi, in cui mi tocca commentare situazioni demenziali, drammatiche, desolanti, legate al mondo della pubblica istruzione. L’ultima, in ordine di tempo, è legata alla progressiva avanzata dell’ideologia gender, che, come tutte le idee supremamente bizzarre, pare essere stata accolta entusiasticamente nelle scuole del Paese.

Vi risparmio la solita premessa pelosa, in cui si dice che non ho nulla contro gli omosessuali, anzi alcuni miei amici lo sono, e simili manfrine: io non ho nulla contro nessuno e men che meno contro gli omosessuali, che, nell’ultimo secolo, hanno dovuto sopportare l’insopportabile. Però, quel che ho letto circa l’introduzione, da parte del liceo artistico Nervi Severini di Ravenna (NELLA FOTO) di un registro gender-free, vale a dire di un registro in cui gli studenti possano decidere liberamente a quale genere appartenere, vi confesso che qualche perplessità, se non fossi quella personcina à la page che ben sapete, avrebbe potuto suscitarmela.

La cosa appare modernissima e altamente innovativa, anche se devo annotare che non tutti i genitori ravennati l’hanno accolta con entusiasmo irrefrenabile: qualche misoneista lo si trova sempre. In questa sagra del “vietato vietare”, tuttavia, non ci si può arenare davanti a un ostacolo risibile come la realtà fenomenica: quei cupi reazionari dei Monty Python hanno ricevuto il giusto guiderdone. Altro che ironizzare sul militante giudeo che vuole essere chiamato Loretta! Se un ragazzo vuole essere considerato, di volta in volta, uno scrittore praghese, un abat-jour, la sella di un pony, sono solo affari suoi: chi siamo noi per soffocare i suoi istinti, in un’età tanto complicata come l’adolescenza? La scuola deve assecondare, facilitare, accompagnare.

Quindi, ben venga un registro di classe in cui, una settimana, Scovozzini sia una tenera fanciulla e, quella dopo, torni a essere il rude pilone della squadra di rugby del paese: questa è libertà, signori miei, altro che!

Resta, tuttavia, qualche problemino di ordine pratico: il nostro Scovozzini, ad esempio, frequenterà alternativamente i bagni maschili e quelli femminili, mingendo, secondo logica, una volta in piedi e una seduto? E, ai campionati studenteschi di ginnastica ritmica, sarà svantaggiato, coi suoi centoventi chili per un metro e novantacinque, negli esercizi alla trave e a corpo libero, oppure dominerà sotto le plance nella squadretta di basket femminile? E, infine, i poveri insegnanti come dovranno approcciarsi con dei ragazzi che cambiano sesso ogni tre per due? Volete mettere i problemi nell’aggettivazione: per evitare imbarazzanti gaffes, bisognerà, di volta in volta, fare l’appello e chiedere, settimana per settimana, qual è il sesso di ognuno.

Scusate, mi sento un po’ confuso: mi vengono in mente Chesterton e le battaglie per dimostrare che l’erba è verde. Questo mondo impazzito non riesco più a capirlo. Capisco solo che io ho torto e le scuole che adottano i profili alias hanno ragione: anzi, non capisco, ma mi adeguo. Da domani, chiamatemi Loretta. Da domani, anche se sono uno storico, insegno matematica. Viva la libertà!

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