LA SECONDA FAKE-MORTE DI RAIOLA

Un suo tweet – o mandato da chi per lui – sospende le esequie: “Stato di salute attuale per chi se lo chiede: incazzato, perché è la seconda volta in 4 mesi mi uccidono. Sembro anche in grado di resuscitare”. A modo suo, Raiola resuscita dalla morte diffusa a metà giornata da tutte le agenzie e manda a dire via social che non serve tutta questa fretta. Zangrillo, il primario che lo sta curando, si limita a dire che “è gravissimo, ma continua a lottare”.

Non sorprende: anche questo concitato annunciare e smentire è perfettamente in linea con una storia di vita tutta quanta sopra le righe. Meglio così, molto meglio così, naturalmente. Sono felice di parlarne da vivo. Per me, Raiola non è un nome qualunque. Lo conosco a fondo, non ho nessuna voglia di piangerlo in anticipo.

Per il solo fatto che Giovanni Branchini me ne avesse parlato bene, con stima e rispetto, Mino Raiola mi divenne simpatico da subito e non fu difficile stabilire con lui un rapporto sereno e confidenziale, nonostante le nostre rispettive professioni. Giovanni Branchini è figlio di Umberto, l’uomo che ha fatto la storia del pugilato italiano ai tempi della belle époque del ring: manager abituati a occuparsi più degli uomini che degli atleti, perché i pugili erano per lo più spiantati e sprovveduti e andavano gestiti nel privato (parlo di soldi, donne, famiglia). Una natura che è rimasta come un marchio di fabbrica nel modo di Giovanni e poi sulla pelle dei suoi figli Francesco, Mino e Edoardo. Così prima Umberto e poi Giovanni, il quale ha nel sangue i guantoni e il pallone, sono gente abituata a conoscere, pesare, misurare le persone prima che i professionisti. Gente della quale ci si può fidare.

Anche di Mino Raiola ci si poteva fidare, quando lo conobbi, quanto meno potevo fidarmi io che con il calciomercato non ho mai avuto un grande rapporto: è una selva di intrighi, conflitti di interessi, favori, bugie acclarate in cambio di qualcosa, spifferi come baratti, soffiate come dazi. Alla larga.

Forse perché non dovevo scriverne, il rapporto con i procuratori è sempre stato se non proprio amichevole, sicuramente leale. I miei più recenti messaggi con Mino, prima di un fugace “Buon Natale e buon anno, spero tu stia bene” che non ebbe risposta, risalgono allo scorso autunno: mi confidava del disagio di Donnarumma a Parigi e mi diceva del suo desiderio di tornare al Milan “anche se Maignan è proprio forte”. Gli risposi che era un po’ tardi, che le condizioni non esistevano, ma lui come sempre si ergeva dall’alto del suo ego: “Solo io posso riuscire in questa operazione”. Poi la malattia, non c’è stato modo.

Raiola non può essere simpatico. La mercificazione che nel calcio esclude soltanto i tifosi, diventa motivo di sdegno per tutti quelli (molti) che con lui non riescono a ottenere il desiderato. Quante volte ho scritto e detto che è inutile inferocirsi: le bandiere non esistono più, l’unica politica dei giocatori – ma anche quella di presidenti e allenatori – è quella del denaro. E questa è anche l’unica squadra per la quale Mino faccia il tifo. Non che prima della malattia vivesse solo per lo sfarzo, l’agio e il lusso, anzi: bastava guardare come si vestiva…

Ma tenetevi forte, in piena attività Raiola era un grande lavoratore. Guardava decine di partite alla settimana, allo stadio o in tv. Aveva una rete infinita di contatti e osservatori, si spendeva in prima persona con gli assistiti e spesso le loro famiglie, seguiva il reclutamento con la perizia e l’ossessione di un antiquario, l’incastonamento dei suoi gioielli con la meticolosità di un orefice. Le commissioni spropositate? Se le dessero a me per ogni articolo, le chiederei. Senza pudore. Il vero problema, caso mai, è di chi le dà.

Mino ha il difetto, tipico dei Super Io, di ascoltarti poco. Quando parla, ha già lui la risposta, ha già chiaro il senso ed è difficile fargli cambiare idea. Però modestamente qualche soddisfazione me la sono tolta: quando Mourinho andò al Tottenham, mi scrisse che gli Spurs (gli speroni, soprannome dei giocatori di quella squadra) avrebbero vinto la Premier. Gli risposi: “Se non lo esonerano prima”. Quando Mou fu esonerato e io glielo ricordai, Mino mi mandò un messaggio: “Avevi ragione”, ma immediatamente dopo aggiunse: “Non è colpa sua comunque”. Si può dare ragione a un altro senza ammettere di avere torto, un esercizio ben noto a chi come Raiola si considera infallibile. A me gli infallibili stanno empiricamente sulle scatole, ma lui no perché ad ogni sua sparata segue sempre il sorriso a tilde, da monello milionario.

Non ha sbagliato solo pronostici, ma anche scelte. Testardo, dà retta solo al suo istinto da emigrato che biascica un italiano rozzo (nativo di Nocera, la famiglia l’ha portato in Olanda quando aveva un anno), e come molti emigrati che biascicano un italiano rozzo, lo fanno per difesa, usano questa tattica per arguzia, per non farsi mai capire del tutto. Raiola è sempre stato l’antitesi del santo, del benefattore, dello stratega, ed è esattamente per questo che è diventato il re Mida del calcio mondiale. Non è forse lo squalo più forte, ma è comunque uno squalo, certamente il più furbo, tra i più cocciuti, poco importandogli che i suoi paletti siano o no intesi come ricatti: chi fra i due finisce per primo con le spalle al muro, non è mai Mino. Di sicuro.

Starebbe alle società, alle Federazioni, agli organismi internazionali, fissare le regole. Non lo hanno mai fatto e così Raiola si è scritto le sue, cui si attiene militarmente. Non è l’unico, del resto. Anzi. Odiarlo o detestarlo è facile per chi non lo conosce – ma forse anche per chi lo ha soltanto avvicinato, quali che fossero gli interessi -, perché avere a che fare con gli ostinati dà spesso la sensazione di sbattere la testa contro il muro e non è piacevole. E’ però l’unico modo per creare un varco in quella corazza indistruttibile.
Così pare, infatti: cioè che quello squalo abbia una scorza impenetrabile, famelico e spietato.

Tieni duro Mino. Resisti Mino. Non mi vergogno affatto a scrivere che ti voglio bene.

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