LA RIDICOLA STORIA DELLE SANZIONI UEFA

Sono tre i momenti dell’ultimo ventennio in cui sgomento e terrore hanno pervaso l’umanità: l’attacco alle Torri gemelle, la pandemia, la guerra russa all’Ucraina. Eventi che hanno messo in ginocchio le speranze di una vita pacifica e sana su questa terra malata, spazzando via ideali di pace, calpestando la vita, forzando libertà collettive e individuali: i frutti della follia e della noncuranza dell’uomo nei confronti dei diritti essenziali dei propri simili. Perché – senza essere necessariamente complottisti – anche il virus altro non è che il frutto dell’imperizia che contraddistingue il nostro sistema incosciente di gestire il mondo. Non è necessario entrare in un laboratorio con un pipistrello: basta gettare in mare un sacchetto di plastica. Non è necessario creare il Coronavirus: è sufficiente un allevamento intensivo che comprenda 25.000 tra ovini, bovini e suini.

Ognuno di noi ha affrontato questi spaventosi spauracchi e risposto a modo suo. Da Ground Zero a Kiev, nel frattempo “Andrà tutto bene” compie due anni in questi giorni senza che lo straccio di una cosa, una cosa sola, sia minimamente migliorata. Minimamente.

In questi vent’anni di stravolgimenti, solo una cosa è rimasta impassibile, granitica, ferrea e ancorata ai suoi princìpi distorti, fondati su cinismo e avidità: l’Uefa. Il massimo organismo del calcio europeo (più influente della stessa Fifa, che dovrebbe governare il calcio mondiale) non ha deviato di un millimetro dal suo ineffabile percorso di ingrasso con menu a base di sponsor, diritti tv, incassi stadio.

L’11 settembre fece giocare le partite di coppa (Roma-Real Madrid tra le altre) in stadi semideserti, dove la gente piangeva come quella a casa. A marzo del 2020 non fermò calendari e competizioni fino allo stremo: mentre la gente si chiudeva in casa mascherata, con i guanti di lattice e scorte persino un po’ esagerate di cibo e di Amuchina, si giocava Liverpool-Atletico Madrid davanti a uno spettrale tutto esaurito. Soltanto quando fu costretta a prendere atto che nessuno più si allenava e nessuno più giocava, l’Uefa si decise a sospendere ogni attività, ormai di fatto già sospesa per conto suo.

Come ho scritto su @ltroPensiero.net qualche giorno fa, la risposta dello sport è stata immediata, compatta e decisa in questi giorni di sangue: dalla F1 al volley, dalla scherma al basket fino al calcio, persino giocatori russi hanno preso posizioni drastiche contro l’attacco di Putin all’Ucraina. Schierandosi a tangibile distanza ideologica dalla guerra.

L’Uefa no. L’Uefa ha provato a prendere tempo sui club russi, sulle Nazionali, sui calendari, ma di fronte agli sdegnati “vaffa” incassati da tutte le parti ha dovuto piegarsi. Ha cercato alla fine di spacciare per sua la decisione di escludere la Russia dal Mondiale, quando tutto il mondo ha visto che prima ha provato l’escamotage ruffiano di farla giocare in campo neutro, decidendo l’esclusione solo dopo che la Polonia e altre nazionali si sono rifiutate di scendere in campo.

Spostare la sede della finale Champions da San Pietroburgo a Parigi non era sufficiente: bisognava fare di più e l’Uefa si è mossa (poco, male) solo perché costretta da tutti, Fifa compresa, a calare le braghe e cancellare partite, incassi e sponsor. Con la lacrimuccia nascosta.

Fino a quando il pallone EU potrà tollerare il cinismo e l’insensibilità di questi parrucconi, asserragliati sull’Aventino elvetico di Nyon? Quale guerra pacifica o quale virus innocuo riuscirà a spodestare l’Uefa, aprendo le porte a gente che abbia – se non un cuore e un’anima – almeno un briciolo di cervello?

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