LA NOSTRA CREATIVITA’ PER LA PASSWORD PIU’ INUTILE

Non usciremmo mai di casa senza aver chiuso la porta con le dovute due (o quattro) mandate, né lasceremmo l’automobile nel parcheggio e perfino nell’autosilo senza assicurarci che abbia emesso il rassicurante “bip” che annuncia la chiusura delle porte e l’entrata in funzione dell’antifurto. Eppure, quando si tratta di impedire ai malintenzionati l’accesso alla nostra residenza digitale siamo molto meno scrupolosi.

Il portone dello spazio informatico che ospita quelle che oggi si chiamano informazioni “sensibili” non presenta serrature nel senso tradizionale del termine; per aprirlo, lo sappiamo, occorre impostare una “password”, ovvero l’equivalente della parola d’ordine che, un tempo, i soldati al fronte concordavano per evitare di spararsi tra loro. Ebbene, se nelle trincee, poniamo, della Prima guerra mondiale si fosse usata, nella scelta di queste parole, la stessa sciatteria che dimostriamo oggi nell’impostazione delle password, l’esercito italiano e quello austroungarico si sarebbero autoeliminati.

Lo dice una ricerca condotta da NordPass, un gestore di password per smartphone e computer, che ha messo in fila le parole d’ordine più popolari in Italia nel 2021.

A settecento anni dalla morte di Dante, nel cui vocabolario troviamo parole come “cognazione”, “soccingere” e “pertugiare”, l’italiano di oggi, per proteggersi dagli hacker, lungi dal produrre comparabili sforzi di fantasia, predilige la sequenza numerica “123456”, oppure il nome della squadra del cuore (in particolare “juventus” e “napoli”). Non pochi, baciati dal genio, optano per “password” – proprio così: la parola “password” come “password”- oppure per la serie numerica “000000” che offre una qualche protezione solo perché gli hacker si rifiutano di credere che qualcuno sia tanto stupido da affidare la sua sicurezza a una scelta tanto banale.

Le password efficaci, a quanto pare, ci vengono imposte dai sistemi stessi, quelli che ci impediscono di proseguire se la password prescelta non contiene almeno una lettera maiuscola, una combinazione numerica e un simbolo ortografico. A questa imposizione di solito reagiamo con fastidio: combinazioni simili richiedono da noi un sovrappiù di memoria e qualche frazione di secondo in più per digitarle. Abbiamo paura di scordarcele nel momento stesso in cui le creiamo e di solito così accade, tanto che, al ritorno, il più delle volte dobbiamo abbassarci a cliccare il link che dice “Hai dimenticato la password?” e solo per delicatezza si trattiene dall’aggiungere “razza di fesso”.

Problemi destinati a scomparire quando i sistemi biometrici, già in uso, diventeranno uniformemente diffusi: ad aprirci il portone digitale sarà allora l’unicità della nostra faccia. Nel frattempo però l’Intelligenza Artificiale si sarà sviluppata al punto da ammonirci: “Lei ha l’aria di uno che sceglierebbe 123456 come password: veda almeno di non lasciare in giro la sua brutta faccia”.

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