LA MARZIANA D’ITALIA: DA MANAGER TRISTE A PROF PRECARIA E FELICE

Valentina Cintoi nella vita voleva altro. Fin qui, non si tratterebbe di una gran notizia: il mondo trabocca di gente insoddisfatta della propria esistenza. Il fatto è che la signora Cintoi, quarantasettenne con alle spalle una bella carriera professionale in giro per il mondo, avrebbe voluto fare l’insegnante: l’insegnante precaria di lettere, per essere più precisi. E c’è riuscita.

Ve lo giuro: non è uno scherzo. Questa donna dai trascorsi lavorativi brillanti, ancora giovane e nel pieno della sua performance, ha mollato tutto per andare a fare la supplente al liceo artistico Boccioni di Verona: è rimasta, per così dire, folgorata sulla via di Damasco, e ha capito che il denaro e il successo non sono tutto. Applausi.

La folgorazione, vista così, ha più i caratteri tipici di un colpo di sole: vi sono, tuttavia, una serie di elementi che, per la verità, meriterebbero un’analisi un tantino meno goliardica. Innanzi tutto, la professione di insegnante, al di là delle sicinnidi da insolazione, è davvero una professione meravigliosa: ti permette di parlare ai giovani di cose bellissime e, qualche volta, perfino di toccare i loro precordi, di accendere nelle loro menti scintille di civiltà e bellezza.

Mi correggo: sarebbe una professione meravigliosa. Se non ci fosse la scuola. Perché, a leggere l’intervista alla professoressa Cintoi, sembrerebbe che aver vissuto in paesi come Israele o Norvegia non abbia lasciato traccia sulle sue facoltà critiche: insomma, che, tornando in Italia, non abbia subito alcun jet lag.

Eppure, perfino per un turista estemporaneo che visiti quei paesi, la differenza tra la loro pragmaticità e il bizantinismo scolastico nazionale è piuttosto palmare: si respira un’aria libera e pulita che, qui da noi, entrando in una qualunque scuola, si trasforma in quel caratteristico tanfo di chiuso e di rigovernatura di piatti che fa tanto pubblica istruzione.

Io non so se il liceo Boccioni sia un’isola felice, con un dirigente attivo, capace ed empatico, riunioni collegiali ridotte all’osso e burocratese abbandonato: so che la maggior parte delle scuole italiane è una fabbrica di tempo buttato, con dirigenti tremebondi o inadeguati, infinite riunioni del tutto inutili e una burocrazia opprimente e ottusa.

Perciò, comprenderei, in via teorica, gli entusiasmi psicopedagogici della nostra ex manager, convertita all’insegnamento, se vivessimo a Disneyland: in Italia, mi sembrano davvero frutto di una poderosa iniezione di raggi UVA e UVB. Oppure, di un determinismo figlio di qualche specifica convinzione metafisica, tanto formidabile quanto ossedente: un ottimismo un po’ condizionato, se preferite.

Ultimamente, ho visto un gruppo di Are Krishna che girava per il centro storico, suonando tamburelli e cantando, con inamovibili sorrisi a trentadue gengive: ecco, l’ottimismo pauperista della signora Cintoi mi ha rammentato quel genere di contentezza.

Poi, per carità, può benissimo darsi che passare da ricchi a poveri, da significativi a insignificanti, da liberi a schiavi, rechi in sé il segreto della felicità: io, per conto mio, tendo a dubitarne. Fatto sta che il caso della professoressa precaria che ha lasciato giubilando una vita da manager è talmente, diciamo così, anomalo da meritarsi un articolo sui giornali: rara avis, per dirla come la direbbe un professore.

Peccato che delle centinaia di migliaia di grulli che percorrerebbero di corsa il cammino inverso i giornali non parlino mai. Grulli che magari non andrebbero al volo a fare i manager: grulli cui basterebbe poter fare in pace il proprio mestiere ed essere retribuiti in modo meno vergognoso.

Il mondo avrà pure bisogno di santi e missionari, ma è popolato di gente normale. Anche se non fa notizia.

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