LA LIBERTA’ E’ FEMMINA, PIU’ CHE MAI

di MARIO SCHIANI – “Cherchez la femme”: improvvisamente il malizioso detto, vecchio come la crinolina, si presenta all’attualità rigenerato e pieno di spirito battagliero.

“Cherchez la femme” in Russia e, alla testa dell’opposizione al regime oligarchico di Putin, troverete al momento Yulia Navalnaya (NELLA FOTO), 44 anni, moglie di Alexey, primo rivale del presidentissimo, politico passato dal nazionalismo xenofobo alla lotta contro la corruzione, e ora sotto processo. Al fianco del marito in anni di traversie, è venuta alla ribalta con l’avvelenamento dell’agosto scorso: lei ha tenuto informato il mondo delle condizioni del marito, lei ha messo in dubbio le diagnosi di comodo dei medici e sempre lei si è messa in prima fila nelle proteste che, in questi giorni, hanno scosso Mosca, portando a centinaia e centinaia di arresti e di fermi, componendo così un fermo-immagine in cui il regime putiniano appare spaventato come mai prima d’ora.

Alcuni paragonano Yulia a Svetlana Tikhanovskaya: sì, perché “cherchez la femme” in Bielorussia e ti spunta una donna anche laggiù, quella che la scorsa estate ha osato presentarsi alle elezioni in luogo del marito, pure lui finito in galera. Chissà se Yulia oserà fare altrettanto in Russia: se così sarà  l’attende una vita durissima, perché certi bulli non si conformano alle regole della cavalleria.

Prendiamo il caso del Myanmar dove, purtroppo, il “cherchez la femme” vi condurrà dritti in prigione. Li si trova da qualche giorno la signora Aung San Suu Kyi, 75 anni, Premio Nobel per la pace nel 1991, figura diventata in Occidente simbolo di un’ostinata battaglia per la democrazia. Dopo una vita di traversie e persecuzioni, guida oggi il partito di maggioranza nel Paese, ma i militari hanno deciso che le ultime elezioni “non sono state né libere né eque” e hanno trasferito il potere al generale in capo alle Forze armate. Dall’America all’Europa tutti hanno protestato: nonostante non abbia mancato di finire lei stessa al centro di qualche controversia, Aung San Suu Kyi è ancora considerata nel mondo la speranza più solida per una compiuta democrazia nel Paese asiatico.

“Cherchez la femme” nelle proteste di Hong Hong e vi troverete nei guai. Non tanto perché l’individuo-simbolo della protesta è un uomo – Joshua Wong, incappato appena qualche settimana fa nell’ennesimo arresto per “sovversione” – ma perché le donne alla testa del movimento sono troppe per essere identificate in una sola. Posso affermarlo per averlo visto con i miei occhi: a organizzare, marciare, diffondere annunci e proclami e a pagare in prima persona con botte e arresti indiscriminati è stata nei mesi caldi della protesta soprattutto una moltitudine di giovanissime studentesse universitarie. Ragazze che hanno visto l’influsso di Pechino trasformare la loro città in una palestra per una polizia senza più freni inibitori e i programmi scolastici in propaganda per il governo centrale.

Se invece della “femme” è vostra intenzione cercare la colpa di tutta questa irrequietezza, allora guardatevi allo specchio. Sì, la colpa è vostra, ovvero nostra: dell’Occidente. Cina e Russia, in particolare, concordano su un punto: chi protesta agisce per conto delle potenze occidentali; è gente prezzolata, infiltrata allo scopo di minare all’interno, con il germe del caos, la potenza di nazioni che, crescendo, minacciano la leadership globale degli Stati Uniti e dei loro lacchè (sempre noi, per chi non avesse capito). Tesi facili da diffondere quando chi governa dà la linea a tutti i mezzi di informazione e controlla senza vergogna – anzi, “nell’interesse della collettività” – il traffico di informazioni in Rete.

Questo il potere che si trova a sfidare chi, “femme” o non “femme”, osa reclamare un poco di libertà in quei Paesi. Da noi, dove il dibattito sulla libertà attualmente sembra limitato, o quasi, al tema “mascherina sì / mascherina no”, tutto ciò dovrebbe indurre qualche riflessione. Con una sola certezza: la mascherina sarà pure sgradevole e scomoda, ma mai quanto un bavaglio. Fidatevi.

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