LA LEZIONE ITALIANA DEL REFERENDUM ANTI-COVID

di CRISTIANO GATTI – Abbiamo visto i presidenti di seggio disinfettare ogni volta la matita del voto, nonostante tutti noi la prendessimo in mano dopo esserci disinfettati le mani su gentile invito dello stesso presidente. Abbiamo visto percorsi per l’entrata e percorsi per l’uscita. Abbiamo visto volontari che regolavano le eventuali file. Abbiamo visto tutti, ma davvero tutti con la mascherina.

Per quanto mi riguarda, a prescindere dal risultato, che è un’altra storia, questo referendum scalda il cuore. Noi che ci consideriamo un Paese allo sbando, dal quale fuggire, abbiamo dimostrato come si organizza una democratica tornata di votazioni, al sicuro dal Covid. Alla faccia di chi non è andato a votare per paura dei contagi, dopo essere stato al supermercato, al ristorante, alla movida, magari persino in Sardegna ad agosto.

E allora diciamolo senza problemi, noi che conosciamo benissimo tutti i mali occasionali o endemici di questa Italia: il referendum resta una grande lezione di civiltà. E’ un piacere, ogni tanto, poterlo riconoscere, liberandoci per un attimo della pulsione disfattista e autolesionista che ormai ci scatta sempre in automatico. Abbiamo dimostrato al mondo, un mondo sempre più inguaiato dal contagio, cosa sanno fare gli italiani, se ne hanno voglia.

Casualmente, nelle stesse ore del referendum, l’Organizzazione mondiale della sanità ribadiva a tutti quanti che l’Italia è un vero modello nel contrasto alla pandemia.

Messo tutto assieme, almeno stavolta possiamo tirare una conclusione consolante: sì, l’Italia non è poi così male, come luogo in cui vivere. Non è il migliore dei mondi possibili, ma non è neppure il peggiore. E se qualcuno non è d’accordo nemmeno stavolta, può sempre andare a votare in Cina, in Turchia o in Bielorussia.

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