LA LEGGENDA FINTA DEL “TRINCHE”

di TONY DAMASCELLI – Tomas Felipe Carlovich sapeva giocare a football. E andare in bicicletta. Il primo piacere lo ha reso un mito misterioso. Il secondo lo ha portato alla morte.

Nel quartiere di Belgrano, dove aveva dimora, mercoledì alle cinque de la tarde, tanto per restare nella lingua, stava pedalando verso il centro di Rosario, quando un balordo, in bicicletta pure lui, gli si è affiancato e lo ha colpito con un pugno e un altro ancora. Tomas Felipe ha perso l’equilibro, è caduto, ha sbattuto la testa sul selciato, lì è rimasto, tremando nel corpo, fino a quando, venti minuti dopo, è arrivata l’ambulanza. Il delinquente se l’era svignata con la bicicletta del Trinche.

Così veniva chiamato Carlovich, settimo figlio di una famiglia jugoslava che aveva trovato vita e lavoro in Argentina, suo padre faceva l’idraulico, proprio nella tana del football, Valdano, Bielsa, Messi, Icardi e poi e prima e dopo, di Ernesto Guevara detto El Che. Basta il soffio del vento per trasformarlo in bufera e poi in leggenda e poi in mito. Non è necessario chiamarsi Soriano o Borges, il pallone è già un romanzo di suo. Gli argentini sono italiani che parlano bene lo spagnolo e pensano di essere inglesi (Gianni Brera).

El Trinche, il coltello, è stato un artista della vita, fottendosi di tutto e di molti, aveva un fisico asciutto, come una lama che infilza, portava lunghi capelli selvaggi, direi che era una via di mezzo di Menotti e Forattini, per riassumere l’identikit. La sua morte è una tragedia che fa piangere i rosarini e il popolo argentino tutto, perché Carlovich si portava appresso una storia mai nata, una leggenda mai incominciata, le voci e i sussurri di un barrio e di una città che parlavano di un genio con il pallone, importunava l’avversario con un “sombrero” e il portiere con la “vaselina” ma il suo numero preferito era il cano de ida e de vuelta, il doppio tunnel di andata e ritorno, i tifosi urlavano “Trinche, el cano, Trinche, el sombrero” e Carlovich eseguiva, quasi stancamente.

Venne il giorno, diciassette di aprile del Settantaquattro, quando la nazionale argentina, in preparazione al mondiale tedesco, scelse Rosario per un’amichevole. Si radunarono le due squadre della città, lebbrosi e canaglie, per dire, cinque del Rosario, Biasutto, lo straniero uruguagio Gonzales, Mario Killer, Aimar e Mario Kempes, cinque del Newell’s, Pavoni, Capurro, Zanabria, Oberti e Robles. Ne mancava uno, chiamarono lui, Carlovich, numero 5. Alla fine del primo tempo la mista rosarina stava scherzando l’albiceleste 3 a 0, El Trinche aveva esposto la sua mercanzia, tunnel e pallonetti. Al minuto quindici del secondo tempo, Vladi Cap, allenatore della nazionale, chiese e ottenne che quel tipo lì venisse allontanato dal gioco, Carlovich fu sostituito da Josè Orlando Berta.

Due anni dopo, Luis Cesar Menotti provo’ a convocarlo per una amichevole in vista del mondiale del ‘78, Tomas Felipe declinò l’invito, stando alla consueta leggenda, se ne andò a pescare a Mendoza.

Una cosa del genere, meno leggendaria e più verace, accadde dalle nostre parti, con Domenico Marocchino che preferì andare al mare e non al mondiale di Spagna.

Bastò quell’ora di numeri da prestipedatore per creare il mito, il resto è roba da tabellini minori, rare partita qua e là, roba piccola ma, intanto, la favola era stata scritta e i narratori avrebbero provveduto a trasmetterla, Pelé tentò di portarlo ai Cosmos, il Milan cercò di prenderlo, altri club sognarono l’impresa.

El Trinche decise di fare l’allenatore ma dopo un paio di lezioni si fermò: “Che cosa posso imparare quì?”. E’ tipico degli argentini, Renato Cesarini, dopo la gloria italiana con la Juventus, tornato in Patria, chiese di allenare ma l’Afa, la federcalcio, gli ricordò che avrebbe dovuto superare gli esami, a meno che non avesse scritto un libro di football: “Non ho scritto nessun libro ma se mi portate qui tutti i libri di calcio del mondo, vi correggo gli errori”.

El Trinche non ha vinto titoli, non ha giocato in grandi club, non ha guadagnato milioni. Aveva settantotto anni. Gli piaceva andare in bicicletta, dopo un sombrero, una vaselina e un tunnel andata e ritorno. Alle nove e trenta di una mattina qualunque ha finito di vivere e ha continuato a essere il mistero di una leggenda raccontata. E mai, veramente vista.

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