LA GROTTESCA DISPERAZIONE DELLE INFLUENCER RUSSE

Fanno davvero tenerezza tutte queste blogger e influencer russe in lacrime. Dopo Facebook viene chiuso anche Instagram e lo sconforto è incontenibile. Lacrime, disperazione, il baratro davanti ai propri occhi, più nessun follower, nessun like, nessuna condivisione, nessun guadagno.

Io capisco, sul serio, però se fate così, care le mie cirilliche Barbie, sembra quasi che qualcuno abbia bombardato la vostra casa, abbia ucciso un vostro caro, magari vostro figlio. Sembra quasi che siate costrette a darvi alla fuga verso la frontiera, se mai ci arrivereste, quando invece qualcuna di voi al massimo prova la fuga verso un altro social. Sembra che all’improvviso non abbiate più nulla, affetti, casa, averi, cibo, acqua, futuro, vita.

Stringo i denti mentre uso un poco di amarissima ironia, ma quanto stridono i filmati delle lacrimose e luccicanti bamboline russe posti accanto alla ragazza ucraina morta con il proprio bimbo in grembo, alla madre morta sull’autobus ribaltatosi in Italia, a un passo dalla salvezza e dalla speranza, ai suoi bambini, alle infinite storie di tragedia, morte, agonia che vediamo ogni giorno, ogni ora.

Qualcuno dirà che non sanno, che l’informazione in Russia è deformata e occultata, che non sono realmente consapevoli di quello che sta accadendo. Falso.

Falso, sì, e per conferma basta chiedere a tutti russi che protestano ogni giorno e ogni giorno finiscono in galera.

“È tutta la mia vita, è la mia anima”, dice una. “E’ come se la mia casa stesse bruciando. Come farò senza il mio profilo? E cosa mangerò? Che regali mi faranno al mio compleanno? La carta igienica?”, rincarano le altre.

Bastano le immagini, nemmeno serve commentare, le unghie laccate, quei bei visini lisci rigati dalle lacrime disperate, accanto a quelle catene umane disperate, a quei palazzi sventrati, a quei settantanove bambini morti, a quei cadaveri sparsi per strada e gettati nelle fosse comuni, a quei destini appesi al nulla.

Da parte loro non una parola, non un’immagine, non un’allusione a chi è morto, a chi sta morendo, a chi morirà e a chi soffre disperato.

Con il terribile sospetto che considerino la loro disperazione altrettanto degna di comprensione. Almeno equivalenti. E che le loro menti siano laccate, esattamente come le loro unghie.

Si piange per infiniti motivi, per un figlio morto come per una cipolla tagliata, in fondo che differenza fa?

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