LA GRANDE ABBUFFATA

di MARIO SCHIANI – Questa pandemia? È tutto un magna-magna. No, non ci accingiamo a denunciare malefatte nel campo delle forniture sanitarie o tentativi di appropriazione indebita del denaro che lo Stato sta elargendo a sostegno dell’educazione ferita. In nome di una certa leggerezza, e cercando di essere rispettosi davanti a quella che è pur sempre una tragedia, vorremmo solo far osservare come tra gli effetti collaterali di questa sinistra avventura ci sia senza dubbio l’invasione del cibo.

Gli italiani al confino domestico mangiano. Non solo: cucinano. Il lievito è scomparso dagli scaffali dei negozi, diventando merce rarissima e ambita, peggio della penicillina trafficata da Harry Lime nel “Terzo uomo”. I forni casalinghi sono roventi, i fornelli sempre accesi, le mani costantemente imbrattate di farina. Le teglie? Imburrate. Le ciotole? Ricolme. Le terrine (qualunque cosa esse siano)? Occupate. Gli italiani mangiano. E aspettano.

Non sono soli, in questa ossessione. Isolati, ma non soli. Ad accompagnarli, i grandi chef, in questi ultimi anni assurti al ruolo di vere e proprie rockstar: al posto del microfono, il mestolo, in luogo della chitarra, il mattarello. Bruno Barbieri, giudice di Masterchef, condivide ricette su Facebook e YouTube; Antonino Cannavacciuolo, celebre per le tremende pacchere e lo stretto accento campano, ha scelto Instagram. Perfino il sommo Massimo Bottura dell’Osteria Francescana di Modena, dove per prenotare un tavolo occorre inoltrare una supplica a san Francesco Caracciolo, patrono dei cuochi, si concede alla divulgazione online: ha inventato un programma – “Kitchen quarantine” – che va in Rete ogni giorno alle 20 via Instagram.

Ma che cosa c’è dietro questa gran fame, a questa voglia di darsi da fare ai fornelli? Noia, certo, desiderio di riempire un tempo libero ritrovato che, se lasciato incustodito, purtroppo si riempie da sé: di angoscia e smarrimento. La cucina invece mette allegria: che gioia quei bei peperoni rossi, quell’insalata verde, quel risotto che borbotta sul fuoco. E poi non c’è da distrarsi: aggiungi una “noce” di burro (perché così parlano le ricette: fanno riferimento al cibo con altro cibo), attento al sale, filtrami questo brodo, sbatti la maionese senza fermarti mai, senza guardare altro che l’uovo e l’olio unirsi a raggiungere la perfetta consistenza. Loro sì che possono ancora godere di un perfetto abbraccio.

Nella prigione domestica, il gusto – peraltro minacciato di cancellazione da uno dei sintomi della malattia – è l’unico senso davvero libero di viaggiare: il curry lo porta in India, l’hummus in Medio Oriente, il salsicciotto al di là delle Alpi. E per quanto riguarda l’Italia, dai canederli alla pasta col nero di seppia, ecco una strada che non finisce mai.

Vien da pensare, naturalmente, che tanta attenzione per il cibo sia anche un tentativo, ingenuo e commovente, di aggrapparsi alla vita: ogni boccone, oggi, ha un sapore diverso perché ha un valore diverso e vien fatto di pensare, mangiando l’ennesima Margherita della nostra vita, che neanche pomodoro, basilico e mozzarella, a questo mondo, sono cose da dare per scontate.

C’è poi un’ultima eco, la più lontana ma anche la più profonda, che il cibo solleva in noi. Nel film “La Grande Abbuffata” Marco Ferreri raccontò nel 1973 la storia di quattro amici – interpretati da Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Philippe Noiret – che si chiudono in una casa di Parigi, isolati dal mondo, decisi a mangiare fino alla morte. L’ultimo ad andarsene sarà Philippe, che morirà mangiando un dolce a forma di seno. Come critica alla società dei consumi, il film oggi è forse datato e irrilevante. Come richiamo alla nostra natura di animali insaziabili e portati all’autodistruzione, val la pena di riscoprirlo. Più tardi, però, perché adesso, scusate, mi incomincia il Bottura.

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