LA FORTEZZA INESPUGNABILE DELL’HIKIKOMORI

Recentemente si sta parlando sempre più spesso degli hikikomori, ovvero dei giovani che praticamente non escono mai di casa e spesso trascorrono molte ore al computer. Il termine è stato coniato nel 1998 dallo psichiatra giapponese Saito, che ha fuso i due verbi che definiscono il ritirarsi e lo stare in disparte.

Tale comportamento di ritiro sociale volontario riguarda oltre un milione di giapponesi adulti e questo stile di vita si è esteso ad altri paesi tra cui l’Italia, dove vengono stimati circa centomila casi.

Da noi inizia prevalentemente nell’età adolescenziale, con ragazzi che in sostanza vivono nella propria stanza, spesso invertono il ritmo sonno-veglia dormendo di giorno e restando svegli di notte, la cui vita relazionale è veicolata esclusivamente dalla rete.

Secondo gli esperti, ne esistono diverse forme, le più gravi costituiscono un disturbo psichiatrico, mentre in altri casi è una condizione sociale. All’origine, l’isolamento e la solitudine rappresentano una risposta per sfuggire ad una sofferenza. La ferita narcisistica può essere connessa al timore di non essere all’altezza delle aspettative dei genitori, ma può essere provocata anche da delusioni sentimentali o episodi di bullismo scolastici.

Gli hikikomori spesso non riconoscono la problematicità del loro comportamento, trattandosi di una scelta del tutto volontaria e inoffensiva, entrano in conflitto con la madre, la persona che più tende a modificare il loro comportamento, e sono refrattari alle cure psicologiche. La dipendenza da internet sarebbe una conseguenza e non una causa. Stanno tuttavia iniziando modelli di terapia, in cui risulta centrale sia il lavoro sulla motivazione e l’autostima che il coinvolgimento dei familiari.

Ovviamente, la pandemia ha reso tutto più complesso. Infatti, soprattutto nel primo lockdown, il comportamento presunto patologico, ovvero il ritiro sociale e l’isolamento, era diventato all’improvviso il comportamento prescritto e suggerito dalle autorità, con un ribaltamento tanto radicale quanto imprevedibile. La didattica a distanza e il distanziamento sociale hanno fatto il resto. Questo ora sta provocando una difficoltà a ritornare alla normale vita sociale, in un certo numero di casi, in cui i giovani enfatizzano la presunta libertà nello stare da soli.

Come sempre, andrebbe insegnato a non spaventarsi per le sconfitte, che sono accadimenti inevitabili nel corso della vita, da cui trarre importanti lezioni. E serve educazione ai sentimenti, spiegando che gli altri possono sì ferirti, ma anche che nulla è più bello dell’amicizia e del volersi bene.

 

 

 

 

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