LA’ DOVE PROTESTARE NON E’ UN SIMPATICO PASSATEMPO

Si diffonde, e conosce episodi tragici, la protesta delle donne iraniane. Le agenzie riferiscono della morte di Hadith Najafi, ragazza-simbolo della sollevazione grazie a un video nel quale, prima di una manifestazione, a volto scoperto, libero cioè dal velo prescritto dall’autorità politico-religiosa, si lega in una coda i capelli biondi: un gesto semplice eppure, a quelle latitudini, una sfida inaccettabile. A Teheran dicono che è stata “uccisa da sei proiettili”: aveva 20 anni.

Hadith e le donne iraniane si aggiungono all’elenco di quanti, nel mondo, raccolgono la mia ammirazione protestando e rischiando grosso: tra gli altri, i manifestanti russi che si oppongono alla guerra di Putin e quelli di Hong Kong che rifiutano la stretta autoritaria cinese. Da Teheran all’estremo Oriente un’incertezza accumuna queste persone: vanno ai cortei di protesta, alle veglie, ai raduni di piazza senza sapere se, la sera, torneranno a casa, oppure trascorreranno in prigione la prima di molte notti o, in alternativa, si ritroveranno in ospedale con un poliziotto a far da piantone al letto. Nel caso di Hadith Najafi, scopriamo una terza – definitiva – possibilità: l’obitorio.

Si dirà: non c’è bisogno di guardare all’estero per trovare ragioni per protestare e gente che protesta. Verissimo: anche da noi la protesta è un attività molto praticata, spesso con fervore, e come per le tariffe telefoniche, ci sono varie opzioni disponibili. C’è l’opzione base che consiste nel protestare online: basta un account Twitter o Facebook ed è possibile riversare sul prossimo l’inverno (e anche l’autunno, l’estate e la primavera) del proprio scontento. Non è questa una possibilità da trascurare: le proteste virtuali ottengono oggi nei media almeno altrettanta attenzione di quelle reali. C’è poi la protesta vera e propria, classica, stanziale o in marcia, con la sempre attraente possibilità di incendiare auto e rovesciare cassonetti. In ogni caso, la sera è certo il rientro in famiglia, a cena, e davanti alla nuova serie di Netflix. I più esuberanti rischiano una denuncia, ma raramente alla fine le conseguenze sono in qualche modo rilevanti.

La protesta così concepita, nelle sue due varianti più popolari, è talmente di moda che sono nate ormai da tempo autentiche palestre dello scontento: sono i cosiddetti “movimenti” che raccolgono il “voto di protesta”. Si tratta in buona sostanza di partiti-contenitore che, proprio come le palestre, offrono un po’ di tutto: basta abbonarsi, cioè iscriversi o votare, e ognuno troverà lì dentro il suo angolino: ecco laggiù quelli che protestano per i vaccini, qui gli scontenti per l’euro, là gli oppositori della Nato, qui quelli che, alla punching-ball, fanno una faccia così ai poteri forti. I più assidui di solito passano con disinvoltura da un angolino all’altro, così da allenare con uniformità tutti i muscoli del disagio. In questo modo, la protesta diventa per procura: si vota il movimento di riferimento, esso va al governo e, naturalmente, non succede niente o comunque ben poco. Nessuna paura: c’è sempre qualche volonteroso pronto ad aprire una nuova palestra dello scontento.

Se mi permetto un poco di ironia nel parlare di proteste e protestatari in Italia, non è perché pensi che, qui da noi, non ci siano ottime ragioni per protestare. Ce ne sono eccome, eppure da queste parti c’è la curiosa inclinazione a trasformare in farsa ogni tragedia che ci occorre. Siamo i Re Mida del ridicolo: mutiamo in facezia tutto quel che tocchiamo. E così la protesta, sacrosanta, doverosa, essenziale, vitale e, nei casi citati più sopra, perfino eroica, diventa una routine, un circolo vizioso, un balletto stanco, un rinnovarsi delle speranze utile a tirare avanti un altro giorno, senza rischiare troppo, senza studiare troppo, senza capire troppo. La sera siamo a casa, in tempo per una nuova maratona di Enrico Mentana che, con a solita concitazione, ci racconta un altro capitolo della nostra stagnante, immobile, eterna emergenza.

Un pensiero su “LA’ DOVE PROTESTARE NON E’ UN SIMPATICO PASSATEMPO

  1. Cristina Dongiovanni dice:

    Come ha ragione Schiani, la differenza sta nel motivo e nel rischio. Onore a chi non baratta la propria libertà per la vita. A chi prima o poi non accetta più di farlo.

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