LA BANALITA’ DEL MOSTRO

di CRISTIANO GATTI – Non posso esprimere giudizi autorevoli sul Festival perchè non ho competenze musicali (ho solo gusti miei) e più ancora perchè non l’ho praticamente visto. Solo qualche scampolo, passando saltuariamente in salotto, o giocando casualmente con il telecomando. Dunque, lascio la scena a chi se l’è sorbito per intero e lealmente taccio (mi sono imposto tanti anni fa di parlare soltanto di cose che conosco, devo dire che non è una brutta regola).

Una cosa però sento di poter dire, anche solo come nota a margine: ho trovato Sanremo un vero festival del conformismo. Del nuovo conformismo, più che altro di quel noioso conformismo che è l’anticonformismo a tutti i costi. Parliamoci chiaro: vedendo sfilare continuamente – anche nei tg – artisti conciati nei modi più stravaganti, dopo aver saccheggiato i magazzini del Carnevale di Viareggio, uno con il vestito di Biancaneve, l’altro con le tutine similnudo, l’altro con i capelli sparati dai petardi e così via, alla fine ci si abitua all’eccentrico, con il risultato che non è più eccentrico. Siamo al punto che se uscisse un tizio addobbato da traliccio Enel nessuno farebbe una piega. Così fino alla svolta definitiva: Achille Lauro, per quanto si fosse sforzato con gli allestimenti, è diventato banale. Uno dei tanti. Uno fra i tanti.

Diciamoci la verità: in questo Sanremo, il vero stupore ci avrebbe colpito vedendo arrivare sul palco un tipo anonimo in giacca e cravatta. A quel punto sì saremmo saltati sulla sedia, con le frasi solite dello scandalo: ma cosa fa questo, si presenta al Festival in giacca e cravatta? Cos’è, fuori di testa? Fuma roba pesante?

A essere giusti e onesti, non è un fenomeno solo sanremese. Diciamo che anche sotto questo profilo Sanremo si accoda penosamente alla deriva generale dei nostri tempi e dei nostri costumi: la gente, più che altro i giovani, si è inconsciamente convinta che per arrivare da qualche parte, possibilmente in alto, per essere notata e additata, si debba per forza mostrizzare. E’ un verbo che non esiste, ma mi sembra il più adeguato: cioè adeguarsi al canone estetico dei giorni nostri, l’unico necessario per emergere e per riuscire, accettando servilmente di apparire strani, diversi, deformi. Stupire, conta solo stupire. A costo di violentare la propria personalità, di svilire la propria umanità. Di indossare la maschera pirandelliana e diventare quello che pensiamo la gente pretenda da noi. Succede in televisione, dalla D’Urso e al Grande Fratello, ma anche nei talk politici e persino in certe piazze. E’ da un po’ che ce lo diciamo: la vera diversità ormai è la normalità.

Siccome io ho letto in tanti testi più o meno sacri che questa è la sconfitta totale dell’uomo, che questo adeguarsi al modello imposto è la negazione totale della libertà, trovo molto triste che le giovani leve della musica e dello spettacolo si accodino come pecoroni all’andazzo generale. Magari sospinti dai loro cani da guardia, questi pierre e questi addetti all’immagine che notoriamente brillano per originalità.

Niente, non voglio farla più lunga e più profonda di quanto richieda un Festival. Dico solo che mi spiace. Che trovo deprimente vedere questi ragazzi adeguarsi docilmente al nuovo dogma: “sono mostro, dunque esisto”. Ce ne fosse uno che prova a sconvolgerci ancora con la sola forza del suo talento. Ricordo loro che i Dalla e i Battisti, i Beatles e i Rolling Stones, ma anche i Jovanotti e i Tiziano Ferro, si sono imposti con le loro idee, uniche e originali in mezzo a tante altre. Perchè l’originalità non sta in un tatuaggio dietro l’orecchio o in una borchia sul gluteo, in un vestito psichedelico o in un’acconciatura da scappato di casa, ma in ciò che dici. In ciò che sei. Vale al Festival e vale nella vita. Vale sempre.

In mezzo ai mostri, persino una giacca e una cravatta possono diventare eresia e trasgressione. Se c’è dell’altro.

 

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Un commento su “LA BANALITA’ DEL MOSTRO

  1. Fiorenzo Alessi il said:

    Caro dott. Cristiano Gatti,
    sono uno di quelli che ancora crede che l’uomo (intendo, sempre, anche la donna) debba distinguersi dalla bestia.
    Fino a prova contraria , vorrà pur dire qualcosa se , in presenza di determinate circostanze , si parla di UMANITÀ, ed altre situazioni è ineccepibile ed incontestabile definirle BESTIALITÀ.
    Ho l’età di chi ha visto delle edizioni del Festival della Canzone Italiana veramente belle , dove erano d’obbligo eleganza, buon gusto ed educazione, e , perché no, canzoni indimenticabili di altrettanto indimenticabili interpreti .
    Non credo di vaneggiare dicendo che questi perle musicali ci hanno poi accompagnato nella vita.
    Dei SANREMO in cui forma e sostanza erano garanzia di spettacolo vero, non artefatto od astruso .
    Corro volentieri il rischio di essere tacciato di bacucchismo e magari di conservatorismo , canoro o meno , se questo significa essere se stessi e fregarsene bellamente delle cd.mode .
    È ben vero che non è l’abito a fare il monaco, poichè anche in giacca e cravatta puoi essere un emerito imbecille .
    Ma reputo altrettanto vero che a voler essere bestia , a tutti i costi e preferibilmente mostruosa, sia sintomo di uno strano modo d’intendere la nostra natura umana.
    Si può dire un modo…ignorante ?
    Cordialità.
    Fiorenzo Alessi

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