L’8 SETTEMBRE DI MATTEO, IN FUGA DAL 2%

di GIORGIO GANDOLA – Mister due per cento non riesce a stare fermo. Sarà per via del nervosismo da sondaggio, sarà perché il terzo giorno consecutivo nel quale non è su un giornale si deprime, sta di fatto che Matteo Renzi più che un uomo di Stato è un uomo di moto.

Prima la comparsata in Arabia Saudita accanto al principe Muhammad bin Salman (proprio nei giorni in cui quest’ultimo veniva accusato dalla CIA di essere coinvolto nell’omicidio del giornalista Adnan Khashoggi), poi il weekend a Dubai (con puntata al Gp di F.1) coperto dalla privacy. In attesa del prossimo viaggio d’affari, il senatore di Scandicci sembra dibattersi nelle sabbie mobili del malcontento.

Da quando è uscito dal Pd non c’è sondaggio che lo premi. Comunque il Nando Pagnoncelli di turno ponga la domanda, la risposta è sempre la stessa: #Renziout. Per chi voteresti alle prossime elezioni? Italia Viva non pervenuta. Qual è il leader più affidabile? Lui perennemente in zona retrocessione. Non c’è pace per il Rottamatore, che dopo avere mandato al macero i basilischi della sinistra (D’Alema, Bersani, la Bindi), non solo se li ritrova in prima fila a fargli le macumbe, ma si accorge d’essere finito egli stesso in solaio.

Non c’è mossa che tenga. Fa nascere il governo Conte bis? Solo fischi. Fa morire il governo Conte bis? Solo fischi. Sponsorizza Mario Draghi? Solo fischi. Coglie per primo l’inconsistenza politica del Movimento 5Stelle? Solo fischi. È indubbiamente un animale politico di prim’ordine, gran giocatore di poker, capace di vincere e perdere sempre con la stessa espressione. È la quintessenza del fiorentino, che si crede sempre mezzo metro più vicino al paradiso.

Sia quel che sia, agli italiani non piace più. Attorno a lui si è materializzata la tempesta perfetta: non va bene alla sinistra perché troppo di destra, non funziona con la destra perché incarna le ambiguità della sinistra. In un Paese dove il centro moderato vale il 10% diviso in sei partiti, al massimo può giocarsela a scopone scientifico con Calenda.

Forse per questo di tanto in tanto fugge all’estero. Tra i suoi fedelissimi c’è persino il timore che questi siano solo prove tecniche per la fuga definitiva, una cosa che somiglierebbe molto a un suo poco memorabile 8 settembre. In ogni caso, ha bisogno di gratificazioni, di passerelle, di guardarsi allo specchio e sentirsi ancora leader, come quando perfino Vogue America lo intervistava per conoscere la “way of life” della nuova Europa. O come quando andava alla Casa Bianca a salutare Barack Obama con l’aria di chi “passava di qui e ha dato una scampanellata”. Oggi i tempi della politica sono fotonici. Solo quattro anni fa nel vecchio continente c’erano Macron, lui e la kanzlerin Merkel visualizzata come una nonna Papera che prepara le torte ai due nipoti. Oggi Renzi fa il conferenziere, la Merkel si prepara ad andare in pensione con le elezioni d’autunno e Macron è sotto nei sondaggi con Marine Le Pen. La pandemia non sta risparmiando nessuno.

In questo scenario e nel disinteresse generale, Renzi un piccolo passo lo ha fatto: ha partecipato all’incontro del secolo con Enrico Letta, che dopo il ritorno da Parigi e la guerra intestina sulla parità di genere ha voluto scambiare quattro chiacchiere con i segretari degli altri partiti (gli manca Salvini, da tifosi parleranno del Milan). Nella sede della fondazione di Beniamino Andreatta, santuario lettiano per eccellenza, è andato in scena un cerimoniale da prima repubblica, uno scambio di vedute tra un fiorentino e un pisano (silurato sette anni fa dal collega), un minuetto surreale perché i due si detestano.

Letta ha spiegato che farà l’alleanza con i grillini e Renzi ha commentato “mai con i grillini”. Letta gli ha detto che avrebbe preferito non fare la foto di rito e Renzi ha annuito convinto, dando un’interpretazione classica del motto: “Quei due non stanno neppure nella stessa foto”. Letta si è premurato perché il colloquio rimanesse riservato e Renzi lo ha rassicurato, per poi andare in Tv da Myrta Merlino a spiattellare tutto con quel sorriso da Vispa Teresa.

Questa è la vita di mister due per cento (a scendere), che doveva cambiare l’Italia e l’ha consegnata al populismo. Che doveva cambiare la Costituzione e non è riuscito a modificarne una virgola. Che doveva rinnovare la sinistra e invece la sinistra ha invecchiato lui. Che doveva sedersi al centro dove stanno i vincenti e i saggi, e invece va di corsa ovunque ci sia un briciolo di visibilità. A rincorrere le occasioni perdute.

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