PERCHE’ STO CON LA MAMMA CONDANNATA PER AVER TOLTO I SOCIAL ALLA FIGLIA

Tra moglie e marito, si dice di non mettere il dito: tra ex moglie e ex marito, temo sia rischioso intromettere perfino un’unghia, visto che, spesso, le più belle storie d’amore si trasformano in autentiche ordalie.

Pare essere questo il caso di una denuncia, sporta da un ex marito lecchese nei confronti della propria ex moglie, e che ruota intorno a un divieto di usare tablet e smartphone, imposto dalla signora alla propria figlia quindicenne.

Fin qui, devo dire che, purtroppo, la cosa non farebbe notizia: in moltissimi casi, ahimè, i figli diventano una sorta di pallina da ping pong, che rimbalza da uno all’altro genitore, con i ritmi delle ciclotimie tipiche delle separazioni. E, altrettanto di frequente, i medesimi figli diventano altrettante armi strategiche, nelle complesse dinamiche di una coppia scoppiata, ovviamente sotto l’abile regia degli avvocati.

Dunque, pessima notizia quella di due ex coniugi che begano ferocemente, includendo i figli nella bega. Ma qui la vicenda è andata un po’ oltre, perché, il giudice, cui si era rivolto l’ex marito, ha pensato bene di condannare la signora a 180 ore di lavori socialmente utili. La qual cosa, scusate, fa un po’ ridere, perché ricorda quelle sanzioni irrogate dai presidi nei confronti degli studenti che hanno fatto qualche marachella. Manca solo di scrivere in calce alla sentenza: e, mi raccomando, non farlo più!

Viviamo in un Paese dai ruoli confusi, quando non ribaltati: una mamma proibisce alla figlia l’utilizzo – che immaginiamo compulsivo – dei device elettronici. Un papà la denuncia per la proibizione, che a noi appare sacrosanta, visti i tempid. Un giudice dà ragione al babbo e alla bimba, spogliata dei suoi diritti elettrosociali e condanna la mamma.

Ho capito bene? Dunque, ormai, nella nostra società, la burocrazia o, peggio, l’uso invasivo della giurisprudenza, si sono sostituiti al semplice buon senso e alla civile condivisione di responsabilità nei confronti della prole, sia pure in regime di separazione legale: fra un po’, per decidere dove andare in vacanza, se non ci si mette d’accordo, ci si rivolgerà al giudice monocratico, che, monocraticamente, stabilirà se siano meglio le Dolomiti o il Gargano.

E pensate che io i magistrati li ridurrei di numero e d’importanza, di privilegi e di arbitri: immaginate, dunque, che effetto mi fa questa notizia. Per la verità, mi fa anche un po’ di tristezza, perché m’immagino questa ragazzina, che, a un’età in cui, al massimo, si fa qualche capriccio per il moroso o per la gonna corta, si ritrova in mezzo a una contesa giudiziaria sul diritto di telefonare o di chattare su Instagram.

E mi immagino questi due genitori: due cinquantenni che, dopo essersi amati, dopo una vita insieme, si trovano a dirimere le loro questioni in tribunale: sic transit gloria mundi.

E penso, infine, al giudice, che, invece di suggerire ai due di cercare di andare d’accordo, almeno sui figli, affida la reproba ai lavori socialmente utili. Una via di mezzo tra il talebanismo da boy scout e l’azzeccaggio dei garbugli.

Macchè giudici: vogliatevi bene, questa dovrebbe essere la lezione: tutti, ex mariti ed ex mogli. Perché esistono i figli: non gli ex figli.

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