IO STO CON GLI ITALIANI

di ARIO GERVASUTTI – Non siamo un popolo di santi. Nemmeno di poeti e navigatori, peraltro. Ma stabilito questo, davvero siamo la barzelletta del mondo?
Questo maledetto virus mette a nudo pregi e difetti, e c’è poco da discutere. Un clamoroso rivelatore di verità che spazza via luoghi comuni e convinzioni più o meno radicate.
Cominciamo da noi, italiani senz’arte né parte. Guardiamola però da un po’ più in alto, senza fermarci al dettaglio o all’eccezione che conferma la regola: dopo Cina e Corea, siamo stati il primo Paese al mondo a reagire, a mettere in quarantena 60 milioni di persone, a capire le conseguenze economiche di una simile decisione e a proporre una soluzione, a costruire in 10 giorni ospedali da zero.
È trascorso un mese, e stiamo già preparandoci – toccando ferro – a decidere quando passare all’inizio della rinascita, la “fase 2”. Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo all’italiana, certo: discutendo, litigando, passando dalle canzonette alla finestra alle file di camion militari con le bare. Mettendoci dentro tutto e il contrario di tutto. Un caos irrazionale che poi magicamente si trasforma in file ordinate fuori dai supermercati. In un mese.

L’ho fatta breve, ma ognuno può riflettere su com’era la situazione 30 giorni fa in un Paese che non aveva neanche le mascherine, che partiva da sotto zero.
Passiamo ora al resto del mondo. Prendiamola alla lontana, dalla Cina dove solo i parenti sanno che i loro congiunti sono morti, perché glieli restituiscono in una scatola. Bravissimi i cinesi. Facciamo cambio?
Andiamo in Brasile, dove perfino nelle favelas in cui decine di milioni di persone vivono ammassate in una micidiale bomba virale hanno capito la differenza tra il Coronavirus e un’influenza, ma sono guidati da un fulminato che fino all’altroieri spiegava convinto che si trattava di un problema italiano perché da noi ci sono tanti vecchi. Anche se noi siamo “vecchi”, facciamo cambio?
Andiamo negli Usa, dove fino a una settimana fa facevano a gara per mandarci saluti e baci con videocartoline alla Stanlio e Ollio, “Ciao bela Itallia ammore ai lov spagheti”, mentre da Aviano decollavano con destinazione Memphis i C-130 con le mascherine raggranellate dai marines in tutto il mondo. Perché se è vero che metà americani la pensano come il loro presidente col ciuffo (“Io non metto la mascherina, la mettano gli altri. E’ solo un’influenza”) l’altra metà conosce le tabelline e si è accorta – dieci giorni fa, con calma – che saranno travolti da uno tsunami facilmente immaginabile. E in 10 giorni già contano più morti di quanti ne abbiamo contati noi in un mese. Facciamo cambio?
Torniamo da questa parte dell’Atlantico, sbarchiamo a Londra e andiamo a trovare il premier Boris Johnson, quello dell'”immunità di gregge”. Ah già, non possiamo: è in quarantena con il Coronavirus e una curva dei morti che è inversamente proporzionale a quella dei consensi al suo operato. Facciamo cambio?
Andiamo in Francia, dove Macron 15 giorni fa ci esprimeva una solidarietà più pelosa di un lupo e nel giro di una settimana si è ritrovato a lamentarsi con la sua amichetta frau Merkel. La quale si ritrova ad avere in due settimane quasi lo stesso numero di contagiati dell’Italia, ma lo fa in silenzio e senza dare troppo nell’occhio: nessuna richiesta di solidarietà, nessun mandolino alla finestra.
In Germania solo gli industriali – ma sottovoce, che non si sappia in giro – sono in fibrillazione perché mancano le componenti prodotte dall’Italia. Ma ai tedeschi importa poco, tanto faranno come con le loro banche: pacchi di miliardi iniettati dallo Stato, e via andare. E le regole europee, i limiti di Bruxelles, gli aiuti di Stato? Roba per italiani, mica per loro.
E a proposito di regole, vogliamo andare nella regolarissima Svezia, fino a tre giorni fa cantata e lodata perché viveva come se niente fosse secondo il meraviglioso ordine socialdemocratico  scandinavo? Là dove il primo ministro tutto d’incanto si sveglia e annuncia che dovranno “contare migliaia di morti”, e poi realizzi che la Svezia ha 10 milioni di abitanti: come la Lombardia ma con una densità 200 volte più bassa. Significa che quando avranno gli stessi morti della Lombardia – ovvero tra meno di un mese, al ritmo attuale – avranno gestito la situazione duecento volte peggio di Fontana. Di più, perché non hanno nemmeno l’alibi che nessuno li aveva avvertiti.
Non è il caso di continuare il giro. Lasciamo stare per carità di patria (la loro) Spagna, Belgio, Olanda – ah, l’algida e rigorosa Olanda: chissà come dev’essere dichiararsi oggi olandese e non provare nemmeno un piccolo senso di vergogna -, Austria, Ungheria e compagnia cantante.
Facciamo Cambio? Prego, accomodatevi. Io resto qui, senza nemmeno un Santo protettore, un poeta o un navigatore. Mi bastano l’Italia e un bel po’ di italiani.

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