INTER, UN’APPARIZIONE SCOMPARENTE

di GIORGIO GANDOLA – Ha perso definitivamente il treno come ogni anno da un decennio. E ha perso da Inter, quindi in modo assurdo. C’è qualcosa di banale e di scontato nel modo in cui la squadra di Antonio Conte ha chiuso l’avventura stagionale in campionato, che lascia interdetti i tifosi ma tranquillizza chi ama la tradizione. Ciascuna delle storiche grandi italiane ha una sua maniera di salutare; potrai cambiare presidente, general manager, allenatore, centravanti, pelle, ma il tuo destino si desta sempre prima di te.

Di solito il Milan alza bandiera bianca da catatonico fin dal primo minuto, la Juventus (le poche volte che capita) perde quando qualcuno dei suoi sbaglia il rigore. E l’Inter se ne va da Paperoga, o meglio da Toninelli. Fra gli sconquassi e le risate (degli altri). Questa volta le è riuscito l’en-plein: affondata dal Bologna in casa mentre vinceva 1-0 e dominava, con un uomo in più e il pallone sul dischetto del rigore. Troppo facile. Così quando Lautaro Martinez ha preso la rincorsa per il 2-0 più prevedibile dell’anno, i veri tifosi a casa hanno capito che le stelle si erano messe in posizione dito medio.

Da quel momento tutto come da copione. Tiraccio sul portiere, depressione collettiva, Bastoni espulso, lo psicodramma che si materializza, la difesa in modalità oratorio e due attaccanti che insieme non arrivano a 40 anni (Juwara al primo gol in Serie A a 17) a fare i fenomeni e a ribaltare tutto San Siro. Con la sola fortuna che nello stadio non c’era nessuno a tirare i cuscini e a invitare i soliti campioni del giorno prima ad andare a lavorare. Due annotazioni a margine: la felicità contagiosa di Mihajlovic uscito dal tunnel personale con la forza di volontà dei grandi e la sicurezza che i baby bomber bolognesi verranno immediatamente ingaggiati dall’Inter per l’anno prossimo. Con il prevedibile risultato di inanellare cinque gol in tandem in dieci mesi (quattro in Coppa Italia).

«Non siamo una grande squadra», ha bisbigliato in sala stampa Conte, che immediatamente un genio della vignetta ha messo al posto di Sgarbi mentre viene portato via dai valletti in Senato. The End. È l’Inter di sempre, una collezione di potenziali pazienti di un bravo psicanalista, una scolaresca in gita, un club di masochisti capaci di farsi del male quando sono a un centimetro dal traguardo. Che rimane comunque il secondo posto perché il primato della Juventus non è mai stato in dubbio, basti vedere come sono finiti gli scontri diretti (2-1, 2-0 con i nerazzurri presi a schiaffi). La favola dell’Inter rivale ai blocchi di partenza è appunto un refrain passatempo da talk show al quale credono pochi tifosi molto bauscia, qualche giornalista a corto di argomenti e chi pone l’asticella sulla tacca più alta per godersi la solita, fragorosa caduta.

Comincino i processi, si metta pure in discussione Conte. Anche se nella calura di luglio è accaduta una cosa molto da Inter che sta passando sotto silenzio. A dare una mano al destino è stato il giocatore-simbolo di questa squadra, il Lukaku da 20 gol che in preda a un buonismo da carretto dei gelati, invece di andare sul dischetto e sfondare la porta come il ruolo da rigorista e lo stipendio imporrebbero, è entrato perfettamente nella parte dell’assistente sociale e ha lasciato il rigore a Martinez per far segnare l’argentino che in questo periodo non centrerebbe neppure una mucca in un corridoio (con tutto il rispetto per le mucche e per Pierluigi Bersani). Come diceva Gianni Brera, gli arroganti e i presuntuosi sono invisi alla dea Eupalla. Porcheria balistica, crollo della diga. Tirando le somme, l’Inter si ritrova in casa uno stupendo attivista dei diritti umani quando basterebbe un centravanti che faccia il proprio dovere fino in fondo.

Stagione da buttare? Sembrerà strano, ma per ora i numeri dicono di no. Perché la squadra di Conte non rinuncia mai a giocare a calcio (media spettatori in casa 60.000), perché finora ha perso 4 partite come la Lazio (una in più della Juventus, una in meno della strepitosa Atalanta), perché ha pur sempre 8 punti in più della dadaista banda Spalletti edizione 2019 e 18 più del Milan, annichilito nei due derby. Poi, come direbbe Alberoni, l’Inter «è un’apparizione scomparente». Sai che novità.

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