INSPIEGABILI MIRACOLI ALL’ITALIANA

di GHERARDO MAGRI – Il Mose (acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico), improvvisamente, un bel giorno, è diventato Mosè. Invece di aprire le acque, le ha fermate. Per la prima volta nella sua storia travagliata, iniziata nel lontano 2003 e passata anche da una brutta vicenda di 35 arresti e 100 indagati eccellenti, ha funzionato. Il suo sistema di quattro barriere e di 78 paratoie ha protetto la Basilica di San Marco, rimasta completamente e felicemente asciutta. Piazza compresa.

E dire che la mattina a Venezia era cominciata male: la sirena aveva emesso il suo sinistro ululato – la prima volta della nuova stagione – per avvertire i cittadini dell’arrivo dell’acqua alta sopra i 135 centimetri, che significa il 50% della città sommersa. Con mestizia, i veneziani avevano messo mano agli stivaloni, abituati alla solita rassegnazione e pronti a sguazzare per le calli.

Invece, il miracolo. Anche perché gli ultimi collaudi non erano andati molto bene. Anzi, si era parlato addirittura della necessità di sostituire alcune componenti perché già arrugginite e non funzionanti al cento per cento. Invece di far parlare di sé come opera d’ingegno, la sua reputazione precipitava in basso ancora prima di funzionare.

Sembrava diventare un’ altra storia tutta italiana, in tema di grandi opere pubbliche. Tempi di realizzazione lunghissimi, passaggi di gestione dolorosi con scandali e arresti, inaugurazione lontana anni luce. Ci ricorda la querelle della Salerno-Reggio Calabria, ha diversi punti in comune con quella via crucis. Per l’autostrada ci sono voluti oltre cinquant’anni e quasi altrettanti governi, ma a fine 2016 ce l’abbiamo fatta. Ora, l’Autostrada del Mediterraneo (A2), così come l’hanno voluta creativamente chiamare, è di gran lunga la più bella d’Italia. Ormai è un vero tappeto di biliardo (a parte ancora alcuni piccoli lavori di manutenzione e rifinitura): 442 km di viadotti a strapiombo, gallerie modernissime, segnaletica e asfalto da invidia. Provare per credere.

Il Mose, però, ha gli occhi del mondo puntati addosso. Venezia non passa inosservata e la complessità del progetto è avveniristico, perché sfida le forze della natura. La sua suggestione è pari al Ponte sullo Stretto e al nuovo Ponte di Genova, insomma opere che lasceranno il segno e rimarranno nel tempo. Rischiava di diventare l’ennesima brutta figura agli occhi di tutti, ma, con un colpo di reni sinceramente inaspettato, ci ha stupito e ci ha fatto sorridere. Vuol dire che ha funzionato il lavoro dietro le quinte dei nostri tecnici, che non sono secondi a nessuno. L’ostinazione e la cocciutaggine di chi non vuole gettare la spugna. La voglia di dimostrare che si può fare. Proteggere un gioiello inestimabile della grande bellezza tricolore, sono sicuro sia stata una forte spinta motivazionale in più. E’ molto probabile il Mose sarà ricordato, in un futuro prossimo, come un’invenzione leonardesca possibile e realizzata.

Noi siamo fatti così, forse è meglio che ne prendiamo atto e basta. Non siamo i campioni della perfetta pianificazione, della coerenza, della costanza, del rispetto dei tempi, della gestione ordinaria efficiente, della ricerca di standard ottimali di riferimento. Degli appalti puliti. No, potremo forse migliorare, ma non riusciremo mai a modificare in modo significativo il nostro DNA. E’ meglio, invece, continuare a migliorare i nostri punti di forza: creatività, ingegno, determinazione, cultura, umanesimo e flessibilità. Del resto, lo insegnano anche nelle migliori scuole di business e i guru lo dicono chiaramente. Detto in modo brutale: è meglio rinforzare i propri pregi piuttosto che correggere i difetti, molto più efficace.

Il Mose, forse, ci sta indicando questa nuova via, che ci può essere addirittura congeniale. Nel frattempo, festeggiamo con sobrietà e soddisfazione la sua vera nascita. Funziona, il Mose funziona. Nonostante tutto, contro tutto.

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