INGLESISMI, SIGLE ASTRUSE, NARCISISMO: BENVENUTI AL CONVEGNO DEI CERVELLONI

Siamo alla fine dell’anno, siamo a un convegno nazionale di due giorni, sabato e domenica, convegno a distanza. Si parla di autismo, ma per quello che intendo sottolineare non è così rilevante il tema.

Mille e duecento iscritti circa, media dei partecipanti poco oltre i duecentocinquanta. Smemorato sono, dimenticavo di dire che il convegno è gratuito, basta iscriversi e poi si vedrà.

Malcostume diffuso e imperdonabile: se si paga, magari profumatamente, non si può mancare, se è gratis chi se ne importa, mi accaparro un posto e poi si vedrà. Se posso e se mi va, bene, altrimenti chi se ne importa, non ho sborsato un centesimo. Ma puntiglioso io, immagino.

Una volta connessi, parte la catena dei saluti attraverso il sevizio di messaggi che offre la piattaforma ospitante: buongiorno di qui, buongiorno di là, buongiorno a tutti, buongiorno dottor Pallino. Fossimo in presenza, mi dico, non è che tutti i partecipanti salirebbero sul palco, andrebbero al microfono e saluterebbero gli altri, uno o nessuno che siano. Ma nuova tecnologia, nuovi costumi. Retrivo io, questo è certo.

Poi si parte, noi discenti pronti ad abbeverarci alla fonte della conoscenza. Cose belle, cose sopraffine, cose meno belle e cose che passano e vanno e non lasciano alcun segno, come è inevitabile che sia in un convegno di due giorni interi con molti interventi.

Ciò che è pressoché comune a tutti è l’inflazione di acronimi che identificano condizioni, pratiche, metodi, terapie, procedure, protocolli, scale, scalette e scalini. Sono ingeneroso, quasi tutti. Chi le usa senza freni ti dà però la sensazione che voglia impreziosire il proprio intervento, dargli prestigio e, come dire, renderlo di livello.

Sei del settore, tu qualcosa intendi, qualcosa intuisci, qualcosa irrimediabilmente non sai e qualcosa in tutta franchezza non puoi sapere. Ma qualcuno dei relatori si ferma dieci secondi a declinare le sigle? Neanche per sogno. Qualcuno addirittura attacca con la sigla e ben si guarda dal sincerarsi che gli astanti lo seguano. Semplicemente spiegando magari, macché.

Non è una deriva settoriale, solo lo specchio di quel che accade in qualsiasi ambito, non solo lavorativo.

E poi la lingua inglese. Pervasiva in modo irritante, tanto più irritante quando non necessaria. Eppure in queste occasioni sembra inflazionare il discorso tanto più appare inutile, un modo magari involontario, meccanico, ma che a tratti sfiora il ridicolo, di nobilitare un racconto, una spiegazione che vorrebbe spiccare il volo ed essere internazionale e invece si frantuma al suolo tra accenti sbagliati, fonetica violentata, nel complesso pronunce da commedia all’italiana e una inessenzialità incontestabile.

Il massimo del ridicolo, almeno per me, arriva quando una infervorata relatrice ci parla di “bambini con intellectual disability”. La quintessenza dell’inessenziale. Va bene avere una disabilità intellettiva, ma vuoi mettere averla in inglese?

Poi arriva l’ospite speciale, il luminare, mezz’ora di intervento registrato e zittisce tutti. Il più grande, la guida riconosciuta da tutti e da tutti stimata non ha bisogno di sigle, pensieri astrusi, gli basta la semplicità e chiarezza che lo contraddistinguono. Non dà nulla per scontato, si assicura in modo naturale che tutti lo possano comprendere. Senza presentazioni, powerpoint o effetti speciali. Giusto la sua faccia e la sua voce.

Per dire che non serve stupire, dimostrare, accecare con effetti superflui. Essere esoterici non è necessariamente una qualità in queste occasioni come in ogni occasione: lo è spiegare, far comprendere.

Sempre che farti comprendere sia un tuo obiettivo.

Si può essere pozzi di scienza, ma a che serve se nessuno può abbeverarsi?

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