IL VACCINO GEOPOLITICO DI TAIWAN

Taipei, Taiwan city

di MARIO SCHIANI – Ogni dose di vaccino Pfizer pronta per la somministrazione equivale a 0,3 millilitri di siero. Una quantità minuscola, eppure la sua potenza è paragonabile a quella di una massa liquida molto imponente: l’Oceano Pacifico.

Potenza politica, si intende, non medicinale, per quanto il vaccino Pfizer, insieme agli altri sieri anti-Covid in circolazione, stia portandoci fuori dalla pandemia nonostante le resistenze degli scettici. Il fatto è che dal punto di vista geopolitico i vaccini, e in particolare il vaccino Pfizer-BioNtech, hanno per alcuni un valore ben superiore a quello, banalotto, di strumento per fermare una pandemia che nel mondo ha provocato a oggi oltre 4 milioni di morti. I vaccini possono fare molto di più: possono rovesciare alleanze, modificare i confini delle Nazioni, rilanciare economie oppure frenarle. Tutto dipende da chi vince la battaglia condotta in loro nome.

Al centro della più accanita guerra del vaccino è oggi l’isola di Taiwan, nell’Oceano Pacifico, appunto. Repubblica indipendente dal 1949, Taiwan non è mai stata riconosciuta come entità autonoma dalla Cina che la reclama come sua provincia, come in effetti era prima della guerra civile che ha portato al potere i comunisti di Mao. I Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, e il Giappone l’hanno invece sempre difesa, sia pure con gli alti e bassi derivanti dai mutamenti delle stagioni diplomatiche.

Diversi, negli anni, sono stati i pretesti di confronto e di contesa tra Cina e resto del mondo nei riguardi di Taiwan. Dietro le pretese di unità nazionale della Cina e i proclami di difesa della democrazia da parte dell’Occidente (Taiwan ha oggi un governo eletto democraticamente ma solo dalla fine degli anni Ottanta il sistema politico locale si è smarcato dall’egemonia del partito “fondatore”, il Kuomintang, ammettendo l’esistenza di un’opposizione organizzata), ci sono in realtà gli interessi di entrambi per un’area strategica, quella a sud dell’arcipelago giapponese, accosta al Mar Cinese Meridionale, dove Cina, Vietnam, Filippine, Indonesia e Malesia si affacciano su una rotta commerciale e militare strategica. Che Taiwan stia da una parte piuttosto che dall’altra è di fondamentale importanza.

Ecco dunque che oggi i vaccini giocano un ruolo essenziale per la battaglia affinché Taiwan ricada dalla parte “giusta” del mondo: quale sia la parte “giusta” dipende ovviamente dal punto di vista dei governi in gioco.

Nel corso della pandemia, in difficoltà a procurarsi dosi sufficienti per tutta la popolazione (circa 20 milioni di persone), Taiwan si è vista offrire vaccini dal Giappone e dagli Usa. La Cina ha criticato queste iniziative subodorando interessi politici ed economici (Taiwan possiede industrie chiave nel campo dell’elettronica, in particolare dei semiconduttori: una paralisi dell’attività dovuta ai contagi avrebbe conseguenze disastrose per molti marchi giapponesi e americani), salvo poi avanzare la stessa offerta, proponendo forniture di siero cinese. D’altra parte, per ingraziarsi la popolazione taiwanese il governo di Pechino “sfrutta” spesso le emergenze (i terremoti non sono rari sull’isola) inviando aiuti e personale specializzato.

Nel caso dei vaccini c’è però una complicazione. Un sondaggio ha rivelato che i taiwanesi non si fidano del vaccino di fabbricazione cinese e preferiscono quello occidentale. I tentativi di acquistare vaccini Pfizer-BioNtech da parte del governo di Taiwan sono però andati a vuoto. Colpa delle interferenze cinesi, come il governo ha lasciato capire, ma anche del fatto che i diritti per la vendita di quel siero a Taiwan sono detenuti dal Fosun Pharmaceutical Group di Shanghai, in Cina: Pfizer-BioNtech non può dunque avviare forniture dirette. Per il governo dell’isola, spunta dunque l’imbarazzo insuperabile di dover trattare con un’organizzazione cinese.

La soluzione è venuta, come spesso accade per Taiwan, da una diplomazia obliqua e indiretta: un importante gruppo buddista taiwanese, la Tzu Chi Foundation, ha trattato con la filiale di Hong Kong del Fosun Group l’acquisto di 5 milioni di dosi che si uniscono ai 10 milioni ottenuti da due compagnie private del settore hi-tech: Tsmc e Foxconn.

Una soluzione, sì: non la fine della guerra, il cui fronte è lungo abbastanza da raggiungere perfino il Paraguay. Il Paese sudamericano, duramente colpito dal Covid, si è visto offrire dalla Cina una generosa fornitura di vaccini. Puro senso di solidarietà? Qualcuno dice di no. Il Paraguay è uno dei pochi Paesi rimasti che riconosce ufficialmente Taiwan a svantaggio della Cina. Secondo il governo di Taiwan, l’offerta cinese sarebbe dunque una leva politica intesa a ribaltare questa situazione. Il portavoce di Pechino ha negato queste accuse di “vaccine diplomacy” ma, si sa, il dubbio resta. Di questi tempi, è più facile comprare un milione di dosi di vaccino che una sola di verità.

 

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