IL PICCOLO COLTIVATORE SALVERA’ IL MONDO

di PAOLO CARUSO (agronomo) – Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anche l’attività agricola può essere considerata una fonte di inquinamento a livello globale. Questa considerazione è il prologo a un grande dibattito in corso sull’incidenza che le diverse tipologie di aziende agricole e le relative metodologie applicate hanno sull’ambiente.

Secondo diversi rapporti, l’agricoltura è responsabile del consumo e dello scarico di grandi quantità di pesticidi, composti azotati, sedimenti ed elementi salini, sia nel terreno che nelle falde idriche.

L’inquinamento grava sulla salute di miliardi di persone e il costo economico sostenuto è incalcolabile.

Ma è possibile generalizzare sulle cause di questo problema coinvolgendo l’attività agricola tout court?

Agricoltura intensiva e aziende a conduzione familiare determinano lo stesso impatto sull’ambiente?

A queste domande ha cercato di rispondere un recente studio realizzato da un team di ricercatori canadesi e pubblicato su “Nature”. La ricerca dal titolo “Higher yields and more biodiversity on smaller farms” analizza i dati pubblicati in oltre 50 anni di ricerche nel settore, giungendo a risultati a volte sorprendenti.

Lo studio parte dalla premessa che, nel mondo, la maggior parte delle aziende agricole (circa l’84%) ha una dimensione inferiore a 2 ettari, che esse producono circa l’80% del cibo a livello mondiale e pertanto risultano fondamentali per il raggiungimento della sicurezza alimentare.

Il contesto europeo è leggermente diverso in termini di superfici: la dimensione media delle aziende agricole continentali è molto variabile, agli estremi si trovano la Repubblica Ceca, con 130,2 ettari, e Malta, con 1,2 ettari, mentre in Italia la dimensione media è pari a 11 ettari (dati ISTAT).

I risultati della ricerca evidenziano, in linea generale, che le aziende agricole più piccole hanno prestazioni migliori in termini di risultati produttivi, ambientali e socioeconomici.

Le aziende agricole di minori dimensioni hanno infatti rese unitarie più elevate, grazie soprattutto alla disponibilità e all’utilizzo di lavoro familiare che migliora il rendimento operativo.

Inoltre le aziende più piccole ospitano una maggiore diversità delle piante coltivate e livelli più elevati di biodiversità per le piante spontanee, rispetto alle aziende più grandi.

Quest’ultimo aspetto, secondo i ricercatori, è dovuto all’adozione di pratiche colturali più ecologiche, come ad esempio l’uso limitato di insetticidi, sistemi di coltivazione biologica, una diversa composizione del paesaggio, spesso dominato da piccole fattorie che ospitano una flora diversificata.

Queste stesse pratiche, oltre a tutelare la biodiversità, risultano decisive per contenere l’inquinamento ambientale.

Non sono stati invece evidenziati risultati univoci per legare le dimensioni dell’azienda agricola all’efficienza nell’uso delle risorse, alle emissioni di gas serra o all’utile conseguito.

Questi risultati potrebbero stimolare i decisori politici, in sede di programmazione economica, a meglio orientare le risorse disponibili, magari privilegiando chi produce cibo più salutare, migliora l’ambiente e preserva la biodiversità. Raramente questo è finora avvenuto.

Questa inversione di tendenza sarebbe auspicabile anche per sostenere i piccoli imprenditori agricoli in un periodo di crisi talmente acuta da porre seri interrogativi sul futuro delle proprie attività. La crescente pressione sui loro mezzi di sussistenza a causa dei prezzi bassi nei mercati globali, lo strapotere della Grande Distribuzione Organizzata e le perdite di produzione indotte dai cambiamenti climatici, sono fattori che incombono sulla loro stessa sopravvivenza.

Un elemento da considerare in chiave positiva è il favore di cui godono i piccoli agricoltori agli occhi dei consumatori, considerati da questi ultimi come produttori di cibo più sano e qualitativamente migliore e per tale motivo disponibili a riconoscere un premium price, un prezzo più alto, quasi a sottolinearne i meriti.

L’unico dato certo da cui partire, per una seria politica di sviluppo, è l’importanza fondamentale dei piccoli agricoltori, componente chiave per tutelare l’ambiente e realizzare sistemi alimentari virtuosi, necessari per condurre delle vite più sane: le nostre.

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