IL PAPA PRESO A SPIZZICHI E MOZZICHI

di DON ALBERTO CARRARA – I giornali riportano con varie sottolineature la notizia che il Papa, nell’angelus, ha detto che si devono pagare le tasse. Vero. Ma il papa non ha detto solo quello. Il dovere di pagare le tasse, in effetti, non è una affermazione sconvolgente. Il pontefice ha fatto quella affermazione, commentando la frase del Vangelo letto nelle messe della stessa domenica.

La frase è famosa, citatissima: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Gesù risponde alla provocazione di farisei e erodiani (costoro collaboranti con i Romani, che occupano e dominano il paese) che gli hanno chiesto se si devono pagare le tasse a Cesare, cioè ai Romani. E Gesù risponde, appunto, dicendo che si deve dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare.

Nel suo commento, tra le altre cose, il Papa ha detto: “In questa sentenza di Gesù si trova non solo il criterio della distinzione tra sfera politica e sfera religiosa, ma emergono chiari orientamenti per la missione dei credenti di tutti i tempi, anche per noi oggi. Pagare le tasse è un dovere dei cittadini, come anche l’osservanza delle leggi giuste dello Stato. Al tempo stesso, è necessario affermare il primato di Dio nella vita umana e nella storia, rispettando il diritto di Dio su ciò che gli appartiene”.

L’affermazione di Gesù è tra le più scultoree e le meno capite del Vangelo. Bisogna fare, anche stavolta, quello che si deve fare sempre: collocarla nel contesto. Soprattutto nel contesto culturale nel quale la frase è stata pronunciata. Certamente Gesù condivide con molti dei suoi ascoltatori una verità che per lui è tassativa: Dio è tutto, è l’assoluto, e tutto deve essergli sottomesso. È una visione che viene dalla più radicata tradizione ebraica, molto diversa dalla tradizione pagana degli occupanti romani. I pagani dell’impero, infatti, hanno proclamato Dio l’imperatore: lo chiamano “il divino Cesare”. Ma, di fronte al Dio vero, così pensa l’ebreo Gesù, il tutto di Dio, del Dio vero, contesta il nulla del falso Dio che siede a Roma. Gesù dunque non risponde alla provocazione dei suoi avversari dicendo che non bisogna pagare le tasse all’occupante romano, ma che non servirebbe pagare le tasse se, prima, non si obbedisse a Dio.

Si potrebbe dire dunque che, per Gesù, solo se di dà a Dio quel che è di Dio si è in grado di dare a Cesare quel che è di Cesare. Non solo, ma se Dio resta Dio, la prima delle conseguenze è che anche Cesare è messo nella situazione di governare il mondo, cioè di fare bene il suo mestiere di Cesare.

Succedeva, invece, ai tempi di Gesù che Dio facesse lui il mestiere di Cesare. Dio, cioè, diventava spesso per molti dei gruppi politico-religiosi, sia ebrei sia di altre religioni, colui che dettava la politica, che governava, che puniva i dissenzienti. Mentre, sull’altro fronte, quello della cultura dei Romani occupanti, Cesare diventava Dio.

Correttamente, il Papa ricorda che bisogna pagare le tasse, ma, insieme, ricorda che Dio è Dio, l’assoluto: “E’ necessario affermare il primato di Dio nella vita umana e nella storia, rispettando il diritto di Dio su ciò che gli appartiene”, cioè su tutto.

Ora, il fatto che i giornali ricordino le tasse e dimentichino Dio è un piccolo caso, esemplare. Agli uomini di oggi le tasse dicono qualcosa, anche quando non si pagano, Dio dice poco o non dice più nulla. La voce del Papa, come quella dei credenti, più è autentica e più grida nel deserto. I cristiani fanno il meglio che possono e dicono le cose belle in cui credono per coloro (pochi) che ne sono interessati. Questa è la loro situazione nel mondo occidentale in cui vivono.

Unica consolazione. In fondo, anche allora, quello che Gesù diceva non era capito da tutti. Alcuni gruppi ebraici (i più osservanti), spesso, facevano diventare Cesare Dio. Mentre i pagani, quasi sempre, facevano diventare Dio Cesare.

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