IL NATALE DI MIO PADRE NELLE SUE LETTERE DAI LAGER

di MARIO SCHIANI – Son cose che si fanno d’istinto, sperando di essere stati gratificati da una botta d’intelligenza. Si tratta invece di spontaneità, nient’altro, ma qualche volta funziona. Per me ha funzionato ieri, domenica, quando ripassando senza una ragione precisa il contenuto di una cartellina che, tra le tante, alimenta la confusione sulla scrivania del mio computer, ho pensato: “Guarda un po’, c’è chi ha trascorso un Natale peggiore di quello che, tra Covid e restrizioni governative, ci toccherà in un paio di settimane”.

La cartella contiene, scansite fronte e retro e ordinate cronologicamente, tutte le lettere che mio padre (di nome, tra l’altro, faceva Natale, pensate un po’) spedì dalla Germania nel periodo in cui fu prigioniero in svariati lager nazisti, dal settembre del 1943 al maggio del 1945, quando venne liberato dalle truppe sovietiche. Ogni cartellina è contrassegnata con il nome di una località: ogni località, un lager. Si compone così una geografia di guerra che, dalla Polonia, retrocede fino alla Germania con l’approssimarsi a Berlino del fronte orientale: Thorn (oggi Toruń), Przemyśl, Hammerstein, Muhlberg, Nurnberg, Dippodiswalde. Un lavoro di conservazione e catalogazione dovuto tutto a mio fratello Paolo, grazie al quale il materiale è oggi disponibile in copia anche presso gli Archivi e gli Istituti che si occupano di custodire la memoria degli Internati Militari Italiani.

Ebbene, tornando a bomba, il mio moto di spontaneità è stato quello di condividere sui social una di queste scansioni. Non una lettera, ma il retro di una delle “Postkarte” che venivano concesse per la “Kriegsgenfangenenpost”, la corrispondenza dei prigionieri di guerra. Un’austera cartolina sulla quale mio padre scrisse l’indirizzo di casa – la famiglia abitava a Luino – e il suo numero di prigioniero: 28605 N/L. Alla scansione ho aggiunto un commento: “Altre volte, penso, il Natale è stato difficile”.

La “Postkarte” reca il timbro postale del 22 dicembre 1943: tre giorni a Natale, il primo Natale che mio padre passò da prigioniero. Gliene sarebbe toccato un secondo.

Ecco, tutto questo deve aver toccato qualche corda profonda, perché gli apprezzamenti sono stati parecchi: “like,” cuoricini, commenti, condivisioni. In altre circostanze mi sarei gonfiato come un tacchino per quello sciocco meccanismo di gratificazione che quasi tutti, ormai, inseguiamo con insistenza. Questa volta, nessun rigonfiamento: solo la sensazione che, forse, questa empirica misura del nostro sconforto di ostaggi del coronavirus, ottenuta paragonandola a quello di un prigioniero di guerra, ci può incoraggiare. Sarà un Natale duro, d’accordo, molti di noi non potranno vedere i loro cari raccolti attorno al desco e dovranno accontentarsi di Skype o WhatsApp. Pure, ci sarà un desco, e ci sarà un colloquio. Nel 1943, a Przemyśl, non c’era né l’uno né l’altro.

Le cartelline così ben ordinate non contengono solo le lettere che mio padre mandava dalla Germania, ma anche le risposte che la famiglia inviava compilando diligentemente il modulo allegato: “Scrivere soltanto sulle linee e leggibilmente!” ammonivano le istruzioni in italiano e in tedesco: il punto esclamativo sottolineava l’assolutezza germanica dell’imperativo. Il testo doveva infatti essere “Gepruft”, verificato, ovvero approvato dalla censura. Un timbro viola attestava l’avvenuto controllo.

Queste lettere restano per me un cruccio a lunga gittata, per così dire. Da tempo mi dico che dovrei decidermi a scriverci sopra qualcosa, a pubblicarne in qualche modo dei passi: un desiderio ma anche un richiamo al dovere della testimonianza. Mi trattiene il timore di non essere all’altezza.

Le lettere, sia quelle dai lager sia quelle dall’Italia, documentano una gara a rassicurarsi l’uno con gli altri. Mio padre non manca mai di affermare che la “salute è buona” (non sempre è stato vero) e il morale alto. Addirittura, nella prima lettera dopo la cattura afferma di trovarsi “in ottima compagnia”. Gli viene assicurato che, in famiglia, tutti stanno bene: “Preghiamo perché presto tu possa essere tra noi”. Non ci sono i racconti delle brutalità che io e mio fratello sentimmo da ragazzi direttamente dalla sua voce. Non si fa menzione del carro dei morti e del pane nero (lo stesso: al mattino portava fuori dal lager i primi e rientrava con il secondo), del filo spinato, delle torrette con le guardie armate di fucile, dei cani sguinzagliati la sera per accelerare il rientro dei prigionieri nelle baracche, delle interminabili “conte” per verificare che nessun prigioniero mancasse all’appello. Si avverte soltanto lo sforzo di darsi reciprocamente forza per tenere duro, per resistere fino al giorno in cui la bufera si sarebbe misericordiosamente placata.

Molto  toccanti anche le lettere che immediatamente seguono la cattura, avvenuta l’8 settembre del 1943. Non sono scritte da mio padre ma da perfetti sconosciuti, avvicinati durante qualche sosta nelle stazioni ferroviarie, prima che i soldati tedeschi ingiungessero a spintoni a lui e ai suoi compagni di ammassarsi di nuovo sul carro bestiame. Gli sconosciuti raccoglievano poche parole e un indirizzo. E scrivevano a casa: “Ho visto vostro figlio a Mantova. Sta bene. Era di passaggio”; “L’ho visto a Cremona: sta bene, è in mano tedesca”. Evidenze di una solidarietà disinteressata che ci invita a ripensare l’idea di un Paese che vogliamo per forza diviso e litigioso.

Ecco, la mia condivisione, fatta senza troppo pensarci su, pescando in un fascicolo per me ancora non facile da aprire, aveva forse questo scopo: se solo sapessimo trovare una frazione di quel coraggio e dimostrare un poco di quell’affetto che la mia come tante famiglie italiane seppero raccogliere in quegli anni, non avremo difficoltà alcuna a superare questo Natale 2020.

“Non ho mai preso un raffreddore” scriveva mio padre nel febbraio 1944 dal M. Stammlager IIB di Hammerstein, “e spero sia così per voi”. E noi proviamo oggi a sperarlo per tutti.

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