IL MIO ADDIO A ENNIO DORIS, IL RICCO CHE NON HA MAI FATTO IL RICCO

Ma questo ragazzo è un portento: eleganza e forza allo stato puro. Troppo bello da vedere. E ancora: ma hai visto cosa ha fatto? L’ha battuto sul suo terreno, con intelligenza, perché nel ciclismo non sono sufficienti le gambe, ci vuole testa e lui oggi è stato semplicemente perfetto.

E via di commenti, tra un Filippo Ganna fuoriclasse del cronometro e della pista e un Sonny Colbrelli che lascia a bocca aperta tutti sui tratturi della Roubaix.

Era così Ennio Doris, per tutti il signor Mediolanum, banchiere di successo, visionario assoluto, uomo d’affari e di finanza, che nutriva per il ciclismo un amore viscerale: passione autentica. In verità era fuoriclasse in tutto: dall’astronomia al sudoku, che portava a compimento in un amen. Era uomo di numeri e di tempi: era un uomo d’altri tempi. Leale e fiero, rigoroso e affabile. Disponibile. E dalla memoria prodigiosa.

Dei tempi di Coppi e Bartali, si ricordava anche i tempi. I distacchi. I chilometri delle tappe regine. Con lui ho avuto il piacere e la gioia di scrivere quattro libri sul ciclismo e spesso mi sono trovato ad andare a verificare sulle varie “Gazzette” i distacchi che lui ricordava alla perfezione: era così. Era così lui, ma anche i distacchi.

L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato una settimana fa, quando volle sapere come era il tracciato del prossimo Giro d’Italia. Gli interessavano le salite, «sono queste che contano: è in salita che viene fuori l’essenza dell’atleta, l’essenza dell’uomo», soleva dirmi. E non è un caso che volle sponsorizzare con la sua Banca Mediolanum (il prossimo anno saranno 20 anni) la maglia degli scalatori. Quella di Coppi e Bartali, quella di Federico Bahamontes e di Luis Ocaña, per il quale aveva una predilezione. «L’unico che seppe davvero far paura a quel prodigio della natura di nome Eddy Merckx».

Se ne va un amico del ciclismo, se ne va un uomo d’affari che sapeva fare affari con etica e morale. Come un corridore, riconosceva sempre il valore del proprio avversario, senza mortificarlo. Come generalmente sanno fare solo i fuoriclasse.

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