IL GRAN CAPO DEI VITTIMISTI

Qualsiasi allenatore a fine partita si lamenta. Lamentarsi non è il problema: tutti gli allenatori – nessuno escluso – lo fanno, ad ogni latitudine. E’ uno sport internazionale, aggrapparsi agli alibi arbitrali (soprattutto), poi a scalare calendario impietoso, infortuni, pali e traverse, episodi (modalità inflazionata), condizioni meteorologiche avverse. Quest’ultimo, un rifugio ideato e frequentato da Walter Mazzarri sin dai tempi in cui guidava il Napoli.

Proprio Walter Mazzarri, però, sabato sera dopo Cagliari-Milan si è superato, in senso negativo, più irritante che ridicolo. La partita è stata dominata in lungo e in largo dai rossoneri, ma il tecnico dice: “Abbiamo giocato alla pari e non meritavamo di perdere”.

Niente di nuovo nemmeno qui, lo dicono tutti. A sua discolpa va detto che nonostante i 21 tiri (7 in porta) dei rossoneri, un palo e 3 occasioni monumentali con l’uomo solo davanti al portiere, i sardi hanno collezionato un tiro in porta in cui la palla ha colpito la traversa al 90′ e siccome è finita 0-1, sarebbe stato il gol del pareggio. Un po’ di rammarico ci sta, ma non ci si può presentare davanti alla stampa urlando di aver spaccato le porte degli spogliatoi perché “c’erano 2 rigori per noi e uno di loro andava espulso”.

Primo, perché non è vero. Secondo, perché un uomo di sport non può non riconoscere i meriti avversari e anzi dare in pasto ai suoi tifosi l’idea di essere stati derubati. Terzo, perché il suo farneticante show ha distolto tutti da una mini-rissa accesa in campo al fischio finale, quando un gruppetto di persone dietro la porta di Maignan ha insultato lui e il difensore Tomori, milanisti entrambi di colore, con epiteti razzisti e – secondo i giocatori del Cagliari – questi due non solo avrebbero risposto in malo modo, ma sarebbero addirittura stati loro a provocare la reazione di quella porzioncina di pubblico. Che, per la cronaca, è già la terza o quarta volta in questo campionato che si distingue per insofferenza urlata contro avversari di altra etnia.

Non sorprende che, con un allenatore come Mazzarri, anche i suoi giocatori cadano nel tranello della mistificazione. Bisognerà ricordarglielo la prossima volta che parteciperanno a una campagna “no-racism”. Mentre all’allenatore non c’è nulla da ricordare, se non che è un tesserato e andrebbe quindi punito per quello che ha detto. Per educarlo, invece, è troppo tardi.

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