IL GIRO VA AVANTI TRA LE IMBOSCATE STRANIERE

di SILVIO MARTINELLO (campione olimpico Atlanta 96) – Vigliacchi! Ma cosa credono di fare? Forse non si rendono conto di cosa rappresenti il Giro d’Italia per il nostro Paese e per gli Italiani. Sì, spesso siamo noi stessi a bistrattarlo, amiamo commiserarci, a considerare gli altri comunque migliori. Purtroppo ce l’abbiamo innato questo senso di inferiorità. Ora però la questione è troppo seria. Qui c’è in gioco la sopravvivenza del nostro monumento nazionale, della nostra corsa, in serio pericolo per uno strano clima che si sta respirando, per un puzzo nauseante generato da luoghi comuni e pregiudizi intollerabili, verso i quali è necessaria una determinata e generale alzata di scudi.

Siamo stati il primo Paese europeo investito dalla violenza cieca del Covid 19, i nostri “amici” continentali ci hanno isolato e noi abbiamo reagito con energico spirito unitario, fieri di essere Italiani. In 15 giorni li avevamo tutti a ruota, l’Europa intera ha iniziato a fare i conti con questo nemico subdolo e democratico che non guarda in faccia a nessuno. Siamo stati i primi ad entrare in questo incubo, ed ora stiamo affrontando meglio di altri la prevista seconda ondata.

I protocolli UCI sono molto rigidi, ed anche al Giro gli organizzatori hanno predisposto tutto nei minimi dettagli. Prima della partenza tutto era in ordine; dopo qualche giorno uno degli attesi protagonisti, Simon Yates, risulta invece positivo dopo aver manifestato dei sintomi, rendendo con ciò la giornata dei primi controlli generali sulla carovana molto preoccupante. Dai primi controlli emergono 8 positività, 2 corridori e 6 componenti degli staff di alcuni Teams. Due di questi decidono di ritirarsi, Mitchelton Scott e Jumbo Visma. Soprattutto la decisione dei secondi desta polemiche e critiche, con un comunicato il Team spiega di aver voluto garantire il rispetto per la salute del resto della carovana. Nessuno ci crede ma tant’è, arrivederci e grazie. Diverso il ragionamento sugli Australiani della Mitchelton Scott, 5 positivi in 3 giorni, giusto togliere il disturbo.

Da lì in poi iniziano i veri e diretti attacchi al Giro. Due esperti corridori del gruppo, Jos van Emden e Thomas de Gendt, denunciano violazioni della “bolla” di contenimento in cui i Teams devono vivere; hotel poco attenti, assembramenti sulle strade. Le associazioni di categoria, nazionale ed internazionale, se ne escono con consueti comunicati di circostanza. Ciò che fa più discutere però è la presa di posizione della EF, formazione di Caicedo, trionfatore sull’Etna, e di Guerrero, vincitore a Roccaraso. Con una lettera ufficiale indirizzata all’UCI, il colorito team principal della squadra statunitense, Jonathan Vaughters, chiede ufficialmente che il Giro termini sul traguardo di Piancavallo domenica 18 ottobre, comunicando nella stessa che in ogni caso la sua squadra martedì non ripartirà.

Il direttore del Giro, Mauro Vegni, con stile rigetta la proposta, l’UCI stessa risponde che la richiesta è irricevibile, sottolineando che al Giro tutto viene svolto nel rispetto dei rigidi protocolli previsti.

Delle posizioni masochistiche che spesso il movimento ciclistico assume ne ho parlato in decine di occasioni e non mi sorprende, ma ora si rasenta il ridicolo. In una disgraziata stagione in cui fare squadra e remare tutti nella stessa direzione è opportuno come mai prima d’ora, c’é chi se ne esce con boutade di questo genere, arrecando danno all’immagine di un movimento che con fatica prova a superare una delle prove più dure della propria esistenza.

Il buon Vaughters è rimasto isolato, nemmeno i suoi corridori ed i tecnici presenti al Giro lo hanno seguito, non deve godere di grande considerazione nemmeno tra i suoi dipendenti. A questo punto potrebbe fare da testimonial nei corsi di formazione per chi ambisce ad assumere delle responsabilità in ambito lavorativo, ovvero rappresentare la differenza tra un capo ed un leader, manifestandosi chiaramente come il capo che nessuno vorrebbe avere. Il movimento ha bisogno invece più che mai di leader, lungimiranti ed attenti, che il coraggio lo dimostrino facendo scelte che ci possano portare fuori dalle sabbie mobili in cui il ciclismo professionistico è prigioniero, non scrivendo lettere pericolose ed inopportune. Il Giro d’Italia 2020 deve arrivare a Milano, e deve arrivarci possibilmente in buona salute.

 

 

 

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